Vostro saver non ha contasto a lei

Vostro saver non ha contasto a lei

La Fortuna è invisibile come la serpe nascosta nell’erba”.

Con questa similitudine magistrale, Virgilio chiude la prima parte della sua articolata risposta a Dante, che gli aveva chiesto, con tono di perplessità, chi fosse mai la Fortuna della quale il maestro gli aveva fatto cenno poco prima, a proposito degli avari e dei prodighi; i quali, nel quarto cerchio dell’Inferno, scontano la loro pena facendo rotolare, mediante lo sforzo energico del petto, grandi massi, da un punto all’altro del luogo, avanti e indietro.

Tornati nel settimo canto dell’Inferno, riannodiamo il filo del discorso intessuto con molta abilità dal maestro. La cui intenzione, in ultima istanza, è quella d’inculcare nell’intelletto dell’allievo il rilievo che la Fortuna ha sempre assunto nelle vicende umane, dirottandole secondo scopi prestabiliti e non dovuti alla mera casualità.

I due poeti siedono ancora sopra un masso a metà di un declivio, e Virgilio, dopo una breve pausa, si accinge a portare a buon fine la sua spiegazione. Che così riprende: “Vostro saver non ha contasto a lei: questa prevede, valuta in funzione di un fine preciso, ed esegue le sue decisioni come le Intelligenze celesti compiono la loro missione.

I suoi trasferimenti non si fermano; il piano provvidenziale di Dio la fa essere rapida; così spesso capita a tutti e a turno di cambiare stato. Questa è colei che è tanto offesa proprio da coloro che dovrebbero lodarla, e la biasimano e ingiuriano senza motivo; ma essa è pienamente soddisfatta e non si cura di ciò: insieme alle Intelligenze celesti lieta d’indole gira la sua ruota e felice si appaga di sé stessa”. 

Qui Virgilio si rialza agilmente, si rimette in ordine e, lanciando uno sguardo a Dante – è un invito a rialzarsi a sua volta – conclude: “Or discendiamo omai a maggior pièta; tramontano già tutte le stelle che erano alte in cielo nel tempo in cui io mi avviai, e l’eccessivo sostare è proibito”.

Così i due poeti, uno davanti all’altro, scendono giù con in piedi immersi nell’acqua grigiastra di un fosso, che deriva la sua esistenza da una sorgente poco distante – acqua che è “buia assai più che persa” -. E noi li lasciamo camminare qui dentro, non senza qualche problema di equilibrio per Dante.

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