Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Un rumore violento e improvviso, spaventoso, fa sobbalzare Dante, intento con le sue mani a coprirsi gli occhi, cui si aggiungono quelle di Virgilio, per evitare che il poeta lanci uno sguardo ancorché furtivo alla Medusa, l’arrivo della quale poco prima è stato auspicato a voce alta da Megera, una delle tre Furie stagliatesi d’improvviso sull’alta torre della città di Dite; il tutto nel quinto cerchio dell’Inferno.

Udendo tale rumore, e consapevole del suo significato, Virgilio si affretta a sollevare dagli occhi dell’allievo, prima le sue mani e poi quelle di lui, non senza lanciargli prima un’occhiata di comprensione, mentre con voce salda gli intima: “Ora rivolgi l’acume della vista su per quella antica superficie schiumosa attraverso la parte dove quella caligine è più fitta”. Siamo giunti nella parte centrale del 9^ canto dell’Inferno.

Dove – e ci sembra di essere presenti, sebbene nel racconto Dante abbia messo già in guardia il lettore sul fatto di non prendere troppo alla lettera ciò che avrebbe descritto – viene reso in maniera pressoché perfetta il raffronto tra le anime disfatte dalla paura, che corrono fuggendo di fronte ad uno che attraversa lo Stige con i piedi senza bagnarseli, e le rane davanti all’ostile serpe che si disperdono tutte nell’acqua, fino a quando ognuna si restringe in sé e forma in terra mucchietti appena sporgenti.

“Allontanava dal volto quell’aria spessa, agitando sovente la mano sinistra davanti a sé; e sembrava infastidito solamente da quella molestia. Mi avvidi senz’altro che egli era un angelo, e mi rivolsi a Virgilio; e lui a sua volta fece il gesto che stessi in silenzio e  m’inchinassi ad esso”, precisa il poeta.  A tale visione egli si sorprende e rende noi partecipi della sua meraviglia, pensando tra sé: “Ahi quanto mi sembrava sdegnoso!”.

Per concludere così: “Giunse alla porta e l’aprì con un’insegna di comando, in modo che non vi ebbe nessun impedimento”.   

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