Allor chiusero un poco il gran disdegno

8^ canto dell’Inferno.

Quinta parte.

E io: “Maestro, già vedo le sue costruzioni distinte là dentro nel profondo fossato, vermiglie come se fossero uscite dal fuoco”. Ed egli mi disse: “Il fuoco eterno che le brucia dentro le fa apparire roventi, come tu vedi in questa parte più profonda dell’Inferno”.

Noi arrivammo finalmente nella parte interna dei profondi fossati che delimitano quella città dolorosa: le fortificazioni mi sembravano che fossero di ferro. Non senza fare prima un grande giro, giungemmo in un punto in cui Flegias gridò con forza: “Uscite di qui: qui c’è l’ingresso”.

Io vidi sulla porta più di mille caduti dal Paradiso, che dicevano con rammarico stizzoso: “Chi è costui che ancora vivo procede attraverso il regno delle anime dannate?”. E il mio saggio maestro fece il gesto che voleva parlare loro in sede appartata.

Quindi frenarono in qualche modo la loro grande stizza rabbiosa e dissero: “Vieni solo tu, e quell’altro che così temerario si è inoltrato in questo regno se ne vada. Ritorni solo per il dissennato cammino: ardisca, se è capace; perché tu rimarrai qui, dal momento che gli hai mostrata una regione così tenebrosa”.

@ ALLOR CHIUSERO UN POCO IL GRAN DISDEGNO

Quivi il lasciammo, che più non ne narro

8^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

E io: “Maestro, sarei molto desideroso di vederlo aggredito e immerso in quest’acqua sporca prima che noi usciamo dalla palude”.

Ed egli a me: “Prima che ti si renda visibile la sponda, tu sarai soddisfatto: dovrà accadere che tu prova il godimento di tale desiderio”.

Poco dopo ciò io vidi straziare costui dai dannati imbrattati di fango, tale che tuttora ne esalto con lodi e ne rendo grazia a Dio. Tutti gridavano: “Dagli a Filippo Argenti!”; e il collerico spirito fiorentino mordeva sé stesso. Lì lo lasciammo, che non ne parlo più; ma un lamento mi colpì l’udito, per cui io spalanco l’occhio per guardare intensamente davanti.   

Il valente maestro disse: “A questo punto, figliolo, si avvicina la città che ha nome Dite, coi cittadini gravati di pene, con la grande schiera dei diavoli”.

@ QUIVI IL LASCIAMMO, CHE PIÙ NON NE NARRO

Allor distese al legno ambo le mani

8^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

E io a lui: “Se vengo, non rimango; ma tu chi sei, che sei diventato così sporco?”. Rispose: Vedi che sono un dannato che espia la sua colpa”.

E io a lui: “Con pena e con dolore, spirito maledetto, rimani qui; dal momento che ti riconosco, ancorché tu sia tutto sozzo”.

Quindi tese ambedue le mani verso la barca; per cui il maestro avveduto lo allontanò, dicendo: “Via là con gli altri iracondi!”.

Poi con le braccia mi circondò il collo; mi baciò il viso e disse: “Animo disdegnoso, sia lodata colei che divenne gravida di te! Quegli fra i vivi fu persona tracotante; non c’è una cosa buona che nobiliti la sua fama: così qui è rabbiosa la sua ombra. Quanti  ritengono ora in terra personaggi autorevoli che staranno qui come maiali nella melma, lasciando di sé un ricordo infame!”.

@ ALLOR DISTESE AL LEGNO AMBO LE MANI

Segando se ne va l’antica prora

8^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

“Flegias, Flegias, tu gridi inutilmente”, disse il mio signore, “per questa volta: ci avrai con te solo di quanto occorra ad attraversare la fangosa palude”.

Qual è colui che ode che gli sia fatto un grande inganno, e poi se ne rammarica, tale divenne Flegias per l’ira concepita. La mia guida discese nella barca, e poi mi fece entrare dopo di lui; e solo quando io fui nell’interno apparve carica. Non appena la guida e io fummo nella barca, l’antica prua se ne va fendendo l’acqua più di quel che non suole con gli altri. Frattanto che noi percorrevamo la palude stagnante, un dannato coperto di fango si mosse davanti a me, e disse: “Chi sei tu che arrivi prima del tempo?”.

@ SEGANDO SE NE VA L’ANTICA PRORA