Con l’unghie si fendea ciascuna il petto

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto

Abbiamo lasciato i due pellegrini – e non è da tanto tempo – Virgilio a indicare con la testa a Dante la porta di Dite, e avviarsi di conseguenza, e il poeta mettersi con fare circospetto al seguito del maestro.

E adesso ritroviamo entrambi davanti alla porta di cui sopra, in attesa di varcarne la soglia, proprio nel momento in cui tra i merli della cima rovente di quella stessa torre di guardia (sulla facciata della quale si aprono alcune finestre buie somiglianti ad occhiaie vuote, da cui sono partiti i segnali luminosi per Flegias, che li ha traghettati fin lì sulle acque stagnanti dello Stige) fanno la loro apparizione tre creature demoniache. Siamo tornati nella parte iniziale del nono canto dell’Inferno.

Drizzarsi in piedi e stagliarsi sulla sommità della torre da parte di costoro, è una sola e repentina azione, che non può non sconcertare il Sommo Poeta. Il quale se ne avvede per caso, perché sta sbirciando in alto, incuriosito dalla possanza delle mura di Dite.

Per questo immaginiamo, seppure per un istante, di trovarci nei suoi panni, o meglio nella sua veste. Probabilmente, cominceremmo a tremare da capo a piedi, per finire piagnucolando come un bambino che si è perso, al tramonto, in una foresta. Lo stesso, crediamo, possa essere accaduto anche a lui. Tanto è vero che ci informa di essersi accostato a Virgilio, del tutto impaurito dall’apparizione improvvisa.

Sebbene dal racconto che ne fa il poeta la paura non trapeli, e si limiti a descrivere al lettore questi esseri infernali in tono quasi distaccato e didascalico. Egli ci dice, infatti, in quei pochi attimi in cui il suo sguardo è riuscito a penetrare nel buio, di aver visto i loro corpi striati di rosso e femminei, avviluppati da serpenti velenosi verdissimi, mentre rettili di diversa specie sostituiscono i capelli e avvolgono le fronti.

E mentre Dante rimane incollato con lo sguardo su questa visione pazzesca, Virgilio – si prosegue nella narrazione – gli dice: “Ecco le Furie, schiave di Proserpina, regina dell’Inferno. Quella a sinistra è Megera; quella a destra è Aletto; e Tesifone è quella che sta al centro”.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; si percuotevano con le mani e le loro grida erano stridule”, chiude il poeta. E, intanto che avviene tutto ciò, una luce vermiglia manda sinistri bagliori, che si riflettono nell’aria cupa che sovrasta le mura roventi di Dite.

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