Di poco era di me la carne nuda

Di poco era di me la carne cruda

All’inizio del 9^ Canto dell’Inferno, il nostro carissimo Dante ha sentito molto bene – ce lo ricorda lui stesso – in quale maniera Virgilio abbia cercato di correggere la prima parte del discorso rivolto a sé stesso.

E ha sentito pure, altrettanto bene, come il maestro si fosse lamentato per il ritardo di colui che li avrebbe fatti entrare nella città di Dite, la quale, lo ricordiamo, comprende tutto lo spazio verticale a partire dal sesto cerchio dell’Inferno in giù – trovandosi loro ancora nel quinto, dove a un certo punto del viaggio li ha lasciati Flegias.

Sicché il poeta, udito il discorso di Virgilio subire una svolta in positivo prima che questi si lamentasse, si è preoccupato ugualmente, dando alle parole troncate, come lui stesso confesserà, un valore peggiorativo al di là delle vere intenzioni che il maestro voleva attribuire loro.

Di conseguenza, fissando ora Virgilio con lo sguardo incredulo, gli rivolge una strana domanda, così manifestando palesemente la voglia di essere rassicurato: “In questo fondo de la triste conca scende mai qualcuno del Limbo, che come tormento ha solamente la speranza cionca?”.

Alla quale il maestro risponde, però, con il volto sereno: “Raramente accade che qualcuno di noi faccia il cammino per il quale io procedo. Ver è ch’altra fiata qua giù fui, costretto con scongiuri da quella crudele Eritone che chiamava di nuovo le anime nei loro corpi.

Di poco era di me la carne nuda, quando essa mi fece entrare all’interno di quelle mura, per portarne via uno spirito del nono cerchio. Quello è il luogo posto più in basso e il più tenebroso, e il più distante dal Primo Mobile: conosco esattamente la strada; perciò sta’ tranquillo. Questa palude che esala il grande fetore circonda tutto intorno la città di Dite, dove ormai non possiamo entrare senza contrasto”.

Virgilio non finisce di parlare, che…

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