Di poco era di me la carne cruda

Di poco era di me la carne cruda

All’inizio del nono canto dell’Inferno, il nostro carissimo Dante ha visto talmente bene – ce lo ricorda lui stesso – in quale maniera Virgilio abbia cercato di correggere la prima parte del suo ‘intimo’ discorso, che suonava così: “Tuttavia è certo che noi prevarremo nella lite”, con il prosieguo: “a meno che… un’anima beata si offrì di aiutarci”.

Lamentandosi poi, il maestro, di quanto bramasse l’arrivo di colui che, con il suo potere, avrebbe fatto entrare entrambi a Dite, la parte bassa dell’Inferno, consentendo la continuazione del viaggio di espiazione.

Sicché il poeta, nonostante la svolta a centottanta gradi del ragionamento di Virgilio, si preoccupa ugualmente, dando probabilmente a quelle frasi spezzate di Virgilio, come lui stesso confessa, un valore peggiorativo al di là di quelle che erano le vere intenzioni del maestro.

Di conseguenza, pur consapevole di quella apprensione ingiustificata, fissando Virgilio con lo sguardo incredulo, gli rivolge una strana domanda, quasi cercando conforto e una sorta di assicurazione con sé stesso: “Qualcuno del Limbo è sceso mai nella città di Dite?”.

Alla quale il maestro, risponde, però, con serenità: “Raramente accade che qualcuno di noi faccia il cammino per il quale io procedo. Sta di fatto che mi trovai già qui, costrettovi dagli scongiuri di quella spietata Eritone che evocava il ritorno delle anime nei loro corpi.

Di poco era di me la carne nuda, quando essa mi permise di superare quelle mura, per portare via uno spirito dal nono cerchio. È quello posto più in basso, il più tenebroso, e il più distante dal Primo Mobile: conosco certamente la via; perciò sta’ tranquillo. Questa palude circonda la città di Dite, dove ormai non possiamo più entrare con le buone maniere”.

Detto ciò, indica la porta di Dite con un cenno del capo – a significare a Dante che è giunto il momento di avviarsi. E al poeta non rimane che seguirlo, guardandosi attorno con fare circospetto.

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