Non è sanza cagion l’andare al cupo

Non è sanza cagion l'andare al cupo

Ed ecco Pluto, il gran nemico, il quarto guardiano dei cerchi infernali, dopo Caronte, Cerbero e il Minotauro. Dai vaghi tratti umanoidi, volto lupesco e ali di pipistrello, questi si erge in tutta la sua possanza fisica sul margine del dirupo che sovrasta il quarto cerchio, quello degli avari e prodighi – che segue quello dei golosi. Dove ci siamo dilettati della figura del fiorentino Ciacco.

Il demone, facendo ruotare gli occhi e gettando la testa all’indietro, si avvede della presenza dei due estranei, che d’improvviso gli sono comparsi dinanzi, e prorompe verso di loro con la sua voce rauca: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.

È così che si apre il 7^ canto dell’Inferno. Con tale frase, che forse significa “Lucifero, pensaci tu!” o forse no, chi lo sa; vero è che rappresenta uno dei molteplici enigmi danteschi, che ha fatto impazzire frotte di commentatori della Commedia, e che a distanza di secoli attendono ancora di essere risolti.

Udendo ciò, Virgilio non muove nemmeno un muscolo della faccia. E dopo aver consolato il suo allievo con queste incoraggianti parole: “Non ti ostacoli la tua paura; perché, nonostante il suo potere , non ci impedirà di scendere questo balzo”, replica acidamente a Pluto in tal modo: “Sta’ zitto, animale maledetto! roditi internamente con la tua ira. Non è sanza cagion l’andare al cupo: vuolsi ne l’alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo ”.

A questo punto immaginiamo Pluto che si accascia, “come le vele gonfiate dal vento si afflosciano avviluppate, quando si spezza l’albero”, puntualizza con molta efficacia Dante, sferzato dall’autorevolezza di quella risposta, e immaginiamo pure i due poeti, uno dietro e l’altro a seguire, dare inizio alla discesa, percorrendo una buona parte del pendio della cavità infernale. E la nostra immaginazione non potrà non vedere sullo sfondo una spianata sassosa, dalla quale spuntano qua e là arbusti rinsecchiti.

“Ahi giustizia di Dio! quale altro luogo ammassa tante e impensabili pene e afflizioni quante ne vidi io?”, dice il poeta dentro di sé. Ma che cosa ha visto – non dimentichiamo che egli sta raccontando, quindi è un’esperienza vissuta – che noi ancora non discerniamo neppure alla lontana? Ce lo dirà lui stesso. Prossimamente.

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