Pur a noi converrà vincer la punga

Pur a noi converrà vincer la punga

Immaginiamo i due poeti immobili davanti alla porta della città di Dite, giunti lì grazie al prezioso passaggio avuto da Flegias con la propria imbarcazione. Si trovano lì dopo che il maestro si è visto negare l’accesso in città da parte dei diavoli.

Virgilio sta fissando un punto preciso dello Stige, come se fosse in attesa di qualcuno – anche se immaginiamo  il suo disagio, vista l’aria buia intrisa di una densa caligine, che si stende come un sudario sulla superficie delle acque melmose. Dante, invece, è pallido in volto scrutando di sottecchi il maestro.

Perché? Beh, ha dapprima assistito alla scena in cui Virgilio si è visto chiudere la porta in faccia da quei satanassi; e sfido ciascuno di voi a trovarsi al suo posto! Ha visto, poi, Virgilio tornare indietro, dopo aver conferito con i diavoli, con gli occhi a la terra e le ciglia rase d’ogne baldanza, borbottando tra sé: “Chi mi ha impedito di entrare nelle dolenti case!“. 

Tuttavia, dopo che il maestro gli ha ricordato che quella prepotenza “non è sconosciuta, perché già se ne servirono alla porta dell’Inferno”, e che non trascorrerà molto tempo che farà la sua apparizione “un certo essere che da lui ci sarà aperta la città di Dite”, Dante così si consola e conforta noi in tal modo: “Quel colore pallido che la paura fece affiorare sul mio volto vedendo Virgilio tornare indietro, respinse più in fretta dentro di lui il colore del suo”.

Con questa considerazione, il poeta, mentre ci troviamo ancora nel quinto cerchio infernale, in attesa di entrare nel sesto, nonché all’inizio del 9^ canto dell’Inferno, sente dire a Virgilio, che continua a fissare la palude: “Pur a noi converrà vincer la punga, a meno che… Un certo essere ci promise il suo soccorso. Oh non vedo l’ora che altri arrivi qui!”.

Al che Dante chiosa: “Vidi in maniera chiara come egli modificò il principio del discorso con il rimanente che poi aggiunse, che le parole non furono corrispondenti alle precedenti; ma nondimeno paura il suo dir dienne, perché io sforzavo la frase lasciata incompiuta forse a un significato peggiore di quello che non ebbe nella realtà”.

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