Sempre dinanzi a lui ne stanno molte

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Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; vanno a vicenda ciascuna a giudizio, dicono e odono e poi son giù volte”.

Eh sì, caro Minosse, davanti a te sono sempre in parecchi, parlo dei dannati, che – ci piace immaginarli tremebonde e a testa bassa – sono pronti a farsi giudicare da te per espiare la loro pena. E tu, massimo conoscitor de le peccata, come ti definisce Dante, mantieni alto il tuo prestigioso ufficio, arrotolando la coda intorno al tuo corpo possente tante volte di seguito, quanti cerchi vuoi che sia spedito in basso il dannato tremante di cui sopra.

Piuttosto, perché non ti presenti ai nostri lettori?

Li accontento subito. Dunque, nella prima età del mondo fui il sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I miei genitori furono il grande Giove e la bellissima Europa, da cui prese il nome il vostro continente, ma voi ve lo siete scordato.

Nella mia vita terrena, ebbi diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale. Così diedi inizio a una guerra vendicatrice, e io, per ingraziarmi i favori degli dèi, avrei dovuto sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il mio preferito, ma allʼultimo momento feci il furbo e lo scambiai con un altro di minor pregio. Ma Giove, più furbo di me, se ne accorse e fece una malia contro mia moglie, la bellissima Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, sicché, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, imposi agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nellʼanniversario di mio figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito da Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, un cittadino di Atene, aiutato da mia figlia Arianna, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo avevo fatto rinchiudere.

Fui talmente noto – senza falsa modestia – per le mie doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi mi elessero quale supremo giudice dellʼAde. E, da questo importante ufficio, pur restando uno strumento della volontà divina, fui retrocesso a giudice dei dannati dal Sommo Poeta, dove egli parla di me nei canti 5^, 13^ e 27^ dellʼInferno, la prima cantica della Commedia, e dove mi rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che ringhia orribilmente sulle anime che debbono essere giudicate. Sono stato esaustivo?”.

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