Trasseci l’ombra del primo parente

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Al principio del 4^ canto dell’Inferno, annotiamo che Virgilio conferma al suo allievo quanto segue: il pallore apparso sul suo volto – gli spiega pacatamente – non è un segnale del proprio timore, perché di lì a poco dovrà avventurarsi per la discesa insieme a Dante, ma è causato unicamente dalla compassione che egli prova per le anime collocate nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, dove lo stesso Virgilio si strugge in eterno, perché non adorò dovutamente Dio, e  non per un altro peccato.

Pur non essendo appartenute a personaggi che, nella loro vita terrena, non erano stati di fede cristiana, queste anime non subiscono pene corporee, come accade a tutti gli altri dannati dei cerchi successivi, ma ugualmente sono condannate a un desiderio senza speranza: quello di non poter vedere mai Dio. E, non a caso, la semioscurità del luogo rappresenta per loro lʼindicatore visivo del loro esilio perenne dalla luce della Grazia.

Però, a tale terribile prospettiva talune anime, a un certo punto, sono state liberate da Cristo, visto da Virgilio in prima persona quando il Salvatore è disceso nel Limbo a salvarle: quelle dei giusti Ebrei di prima dellʼavvento del Cristianesimo, poi condotte da Lui in Paradiso.

Chi sono questi privilegiati? Beh, non si tratta propriamente di personalità di poco conto! Del resto non poteva essere altrimenti. Noi ne veniamo a conoscenza per bocca di Virgilio, che li nomina a Dante uno dopo lʼaltro, nel rispondere a una sua precisa domanda. Questa: “Di qui venne fuori mai qualcuno, o per suo merito o per quello di altri, che poi diventasse beato?”.

E il maestro risponde: “Di qui portò via l’ombra di Adamo, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e osservante dei comandamenti di Dio; il patriarca Abramo e re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per la quale tanto si adoperò… “

Il dato interessante è che non si tratta di una lista casuale, benché lo possa sembrare a un esame superficiale. Piuttosto essa consente a Dante di raffigurare plasticamente le prime sei epoche della storia dellʼuomo: la prima, che va da Adamo a Noè, la seconda, che giunge fino ad Abramo, la terza, che si conclude con re David, la quarta, che parte da questi fino alla cattività babilonese, la quinta si prolunga fino alla nascita di Cristo, la sesta, infine, da Cristo si spingerà fino alla fine dei tempi. E noi contemporanei ne facciamo parte a pieno titolo.

Il tutto, secondo una ripartizione che Dante riprende da Isidoro di Siviglia e da Brunetto Latini, suo grande mentore nella gioventù.

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