Quelli è Omero poeta sovrano

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4^ canto dell’Inferno. Omero.

Limbo, il primo cerchio dell’Inferno. Una figura umana si fa incontro ai due poeti in una zona rischiarata da un fuoco che squarcia il buio con una mezza sfera luminosa. Entro la stessa dimorano anime dalla gloriosa fama, come di lì a poco Dante apprenderà, ma Virgilio gli presenta prima il personaggio che appare loro dinanzi inaspettatamente.

Presentazione che Virgilio fa di Omero a Dante con tali parole: “Guarda colui con quella spada in mano, che precede i tre come re: quegli è il grande poeta Omero”.

A questo punto, non sarebbe per niente male che ritornassimo, soltanto per un istante,  sui banchi di scuola, per immergerci di nuovo nell’eroico mondo dell’Iliade, e in quello avventuroso dell’Odissea. Poemi epici attribuiti ad Omero sin dall’antichità.

Ma gli stessi antichi non sapevano nulla che non fosse avvolto nella pura leggenda, per quanto attiene la reale esistenza di Omero. Infatti, le diverse Vite di Omero giunte fino a noi, la più nota delle quali è quella di Erodoto, peraltro da alcuni ritenuta attribuita falsamente a lui, sono, in realtà, poco più che racconti fantastici.

Non è una fantasia, invece, che un Omero poeta, nome che in greco significa “ostaggio”, fosse da subito conteso da parecchie città, greche e non, quanto ai natali: Smirne, Chio (dove c’era una famiglia di poeti, gli Omeridi), Cuma eolica, Pilo, Itaca, Argo e Atene. E allora non ci resta che congetturare. Così, da una congettura all’altra, ci piace pensare che egli sia stato un cantore al servizio di un principe della Troade, il cui unico vanto era quello di discendere da Enea.

E proprio a questo cantore, non si saprà il motivo, furono attribuiti i due poemi in virtù dei quali è famoso da secoli: appunto, l’Iliade e l’Odissea. Da noi ricordati in questa sede, insieme al suo autore, con tanta nostalgia. 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

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6^ canto dell’Inferno. Ciacco.

Ciacco, più che un nome, ha tutta l’aria di essere un appellativo. I commentatori della Commedia, sin dall’inizio, profusero tutti i loro sforzi nel tentativo di dare un’identità sicura a una figura così rilevante della prima cantica.

Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. Qualcuno addirittura pensò d’identificare il nostro Ciacco col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto è che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge – “Voi concittadini mi deste il nome Ciacco” -, dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni.

E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco. E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto a figura preminente del terzo cerchio dell’Inferno, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra i golosi, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Sicché pronuncia la prima profezia sulle vicende politiche della città – la seconda essendo quella di Brunetto Latini, nel 15^ canto dell’Inferno, dopo che il poeta lo ha opportunamente interrogato, chiedendogli, tra l’altro, “a quali estremi approderanno i cittadini della città divisa…”

La risposta? A Calendimaggio del 1300, la parte dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto all’apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte

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5^ canto dell’Inferno. Minosse.

“Di fronte a lui in ogni momento ne stanno molte: ricevono il verdetto ognuna a turno, parlano e ascoltano e poi sono scagliate in fondo”

Già, caro Minosse, di fronte a te in ogni momento stanno molte anime dannate, che  sono pronte a farsi giudicare da te per espiare la loro pena. E tu, giudice dei peccati nel secondo cerchio dell’Inferno, mantieni alto il tuo prestigioso ufficio, avvolgendoti con la coda tante volte quanti cerchi stabilisci che sia posta in basso l’anima dannata di cui sopra. Piuttosto, perché non ti presenti ai nostri lettori?

Li accontento subito. Dunque, nella prima età del mondo fui il sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I miei genitori furono il grande Giove e la bellissima Europa, da cui prese il nome il vostro continente, ma voi ve lo siete scordato.

Nella mia vita terrena, ebbi diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale. Così diedi inizio a una guerra vendicatrice, e io, per ingraziarmi i favori degli dèi, avrei dovuto sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il mio preferito, ma all’ultimo momento feci il furbo e lo scambiai con un altro di minor pregio. Ma Giove, più furbo di me, se ne accorse e fece una malia contro mia moglie, la bellissima Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, sicché, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, imposi agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nell’anniversario di mio figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito da Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, un cittadino di Atene, aiutato da mia figlia Arianna, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo avevo fatto rinchiudere.

Fui talmente noto per le mie doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi mi elessero quale supremo giudice dell’Ade. E tale fui confermato da quel vostro poeta, sì Dante, dove parla di me in alcuni canti dellInferno, la prima cantica della sua Commedia, e dove mi rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che digrigna i denti in modo orribile sulle anime sottoposte al mio insindacabile giudizio. Sono stato esaustivo?”.

Trasseci l’ombra del primo parente

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4^ canto dell’Inferno. I giusti Ebrei.

Entrati nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, Virgilio dice a Dante perché non chiede quali spiriti sono quelli che vede. “Ora voglio che tu sappia, prima che proceda oltre, che essi non peccarono; e se hanno meriti, non basta, perché non conobbero il battesimo, che è un elemento essenziale della fede in cui tu credi…” 

Pur essendo spiriti di personaggi che, nella loro vita terrena, non erano stati di fede cristiana, essi non subiscono pene materiali, come accade a tutti gli altri dannati dei cerchi successivi, ma ugualmente sono condannati a un desiderio senza speranza: quello di non poter vedere mai Dio. E, non a caso, la semioscurità del luogo rappresenta per loro l’indicatore visivo del loro esilio perenne dalla luce della Grazia. Però, a tale terribile prospettiva taluni di essi, a un certo punto, sono stati liberati da un potente, cioè Cristo, incoronato con l’insegna della vittoria, quando è disceso nel Limbo a salvarli, e visto da Virgilio. Si tratta dei giusti Ebrei di prima dell’avvento del Cristianesimo, poi condotti da Lui in Paradiso.

Chi sono questi privilegiati? Beh, non si tratta propriamente di personalità di poco conto! Ma non poteva essere altrimenti. Noi ne veniamo a conoscenza per bocca di Virgilio, che li nomina a Dante uno dopo lʼaltro, nel rispondere a una sua precisa domanda. Questa: “Di qui venne fuori mai qualcuno, o per suo merito o per quello di altri, che poi diventasse beato?”.

E il maestro gli risponde: “Portò via di qui l’ombra del primo genitore, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e osservante dei comandamenti di Dio; il patriarca Abramo e re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per sposare la quale si adoperò tanto, e molti altri, e li beatificò. E voglio che tu sappia che, prima di essi, non erano state salvate anime umane”. 

Il dato interessante è che non si tratta di una lista casuale, benché lo possa sembrare a un esame superficiale. Piuttosto essa consente a Dante di raffigurare plasticamente le sei epoche della storia dellʼuomo: la prima, che va da Adamo a Noè, la seconda, che giunge fino ad Abramo, la terza, che si conclude con re David, la quarta, che parte da questi fino alla cattività babilonese, la quinta si prolunga fino alla nascita di Cristo, la sesta, infine, da Cristo si spingerà fino alla fine dei tempi. E noi contemporanei ne facciamo parte a pieno titolo. Il tutto, secondo una ripartizione che Dante riprende da Isidoro di Siviglia e da Brunetto Latini, suo grande mentore nella gioventù.