Quelli è Omero poeta sovrano

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Siamo nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno. A un tratto una figura umana si fa incontro ai due poeti in una zona rischiarata da un fuoco che squarciava il buio con una mezza sfera luminosa, nella quale dimorano anime dalla gloriosa fama – come di lì a poco Dante apprenderà – non prima, però, che Virgilio gli abbia presentato il personaggio che appare loro dinanzi inaspettatamente.

E non prima che questi, come se parlasse ad altri – infatti, sta indicando Virgilio ai tre poeti latini che lo seguono in fila indiana: Orazio, Ovidio e Lucano – abbia lodato proprio quel poeta che faceva ritorno lì, dopo che si era allontanato per il nobile motivo che sappiamo.

Presentazione che, nel 4^ canto dell’Inferno, Virgilio fa di Omero – perché di lui si tratta – a Dante con tali parole: “Guarda quello con quella spada in mano, che precede i tre come un signore: quegli è il grande poeta Omero”.

A questo punto, non sarebbe per niente male che ritornassimo, soltanto per un istante, non di più, sui banchi di scuola, per immergerci di nuovo nell’eroico mondo dell’Iliade, e in quello avventuroso dell’Odissea. Poemi epici attribuiti ad Omero sin dall’antichità.

Ma gli stessi antichi, in primis, non sapevano nulla che non fosse avvolto nella pura leggenda, per quanto attiene la reale esistenza di Omero. Infatti, le diverse Vite di Omero giunte fino a noi – la più nota delle quali è quella di Erodoto, peraltro da alcuni ritenuta attribuita falsamente a lui – sono, in realtà, poco più che racconti fantastici.

Non è una fantasia, invece, che un Omero poeta, nome che in greco significa “ostaggio”, fosse da subito conteso da parecchie città, greche e non, quanto ai natali: Smirne, Chio (dove c’era una famiglia di poeti, gli Omeridi), Cuma eolica, Pilo, Itaca, Argo e Atene.

E allora non ci resta che congetturare. Così, da una congettura all’altra, ci piace pensare che egli sia stato un cantore al servizio di un principe della Troade, il cui unico vanto era quello di discendere da Enea. E proprio a questo cantore, non si saprà il motivo, furono attribuiti i due poemi in virtù dei quali è famoso da secoli: appunto, l’Iliade e l’Odissea. Da noi ricordati in questa sede, insieme al suo autore, con tanta nostalgia. Gli vogliamo dire grazie a Dante?

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

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Non ci dobbiamo sforzare più di tanto per immaginare Ciacco, già concittadino di Dante, mentre si solleva di scatto dalla fanghiglia del terzo cerchio dell’Inferno, quello dei golosi e, mettendosi a sedere, addita Dante, per prorompere con tono disinvolto: “O tu che sei guidato per questo luogo di dolore, riconoscimi, se ti riesce: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

Fatto assurgere da Dante a protagonista assoluto del 6 ^ canto dell’Inferno, Ciacco, più che un nome, ha tutta l’aria di essere un appellativo. I commentatori della Commedia, sin dall’inizio, profusero tutti i loro sforzi nel tentativo di dare un’identità sicura a una figura così rilevante della prima cantica.

Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. Qualcuno addirittura pensò d’identificare il nostro Ciacco col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto è che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge – “Voi cittadini mi chiamaste Ciacco” – dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni.

E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco – vedi la descrizione dell’ambiente in cui sconta la sua condanna (6^ canto, vv. 7-12). E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto a figura di spicco del cerchio dei golosi, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra costoro, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Sicché pronuncia la prima profezia sulle vicende politiche della città – la seconda essendo quella di Brunetto Latini, nel 15^ canto dell’Inferno – dopo che il poeta lo ha opportunamente interrogato, in ciò ritenendolo degno di stima, chiedendogli “a quali estremi approderanno gli abitanti di Firenze…”

La risposta? A Calendimaggio dell’anno Domini 1300, la fazione dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), dirà Ciacco a un Dante sempre più costernato per ciò che sta udendo, si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto, solo all’apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte

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“Di fronte a lui ne stanno sempre molte: ricevono il verdetto ognuna a turno, parlano e ascoltano e poi sono mandate in fondo”.

Eh sì, caro Minosse, davanti a te sono sempre in parecchi, parlo dei dannati, che – ci piace immaginarli tremebonde e a testa bassa – sono pronti a farsi giudicare da te per espiare la loro pena. E tu, massimo giudice dei peccati, come ti definisce Dante, mantieni alto il tuo prestigioso ufficio, avvolgendoti con la coda tante volte quanti cerchi stabilisci che sia posto in basso il dannato tremante di cui sopra. Piuttosto, perché non ti presenti ai nostri lettori?

Li accontento subito. Dunque, nella prima età del mondo fui il sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I miei genitori furono il grande Giove e la bellissima Europa, da cui prese il nome il vostro continente, ma voi ve lo siete scordato.

Nella mia vita terrena, ebbi diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale. Così diedi inizio a una guerra vendicatrice, e io, per ingraziarmi i favori degli dèi, avrei dovuto sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il mio preferito, ma allʼultimo momento feci il furbo e lo scambiai con un altro di minor pregio. Ma Giove, più furbo di me, se ne accorse e fece una malia contro mia moglie, la bellissima Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, sicché, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, imposi agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nellʼanniversario di mio figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito da Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, un cittadino di Atene, aiutato da mia figlia Arianna, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo avevo fatto rinchiudere.

Fui talmente noto – senza falsa modestia – per le mie doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi mi elessero quale supremo giudice dellʼAde. E tale fui confermato da quel vostro poeta, sì Dante, dove parla di me nei canti 5^, 13^ e 27^ dellʼInferno, la prima cantica della sua Commedia, e dove mi rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che digrigna i denti in modo orribile sulle anime sottoposte al mio insindacabile giudizio. Sono stato esaustivo?”.

Trasseci l’ombra del primo parente

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Al principio del 4^ canto dell’Inferno, annotiamo che Virgilio conferma al suo allievo quanto segue: il pallore apparso sul suo volto – gli spiega pacatamente – non è un segnale del proprio timore, perché di lì a poco dovrà avventurarsi per la discesa insieme a Dante, ma è causato unicamente dalla compassione che egli prova per le anime collocate nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, dove lo stesso Virgilio si strugge in eterno, perché non adorò dovutamente Dio, e  non per un altro peccato.

Pur non essendo appartenute a personaggi che, nella loro vita terrena, non erano stati di fede cristiana, queste anime non subiscono pene corporee, come accade a tutti gli altri dannati dei cerchi successivi, ma ugualmente sono condannate a un desiderio senza speranza: quello di non poter vedere mai Dio. E, non a caso, la semioscurità del luogo rappresenta per loro lʼindicatore visivo del loro esilio perenne dalla luce della Grazia.

Però, a tale terribile prospettiva talune anime, a un certo punto, sono state liberate da Cristo, visto da Virgilio in prima persona quando il Salvatore è disceso nel Limbo a salvarle: quelle dei giusti Ebrei di prima dellʼavvento del Cristianesimo, poi condotte da Lui in Paradiso.

Chi sono questi privilegiati? Beh, non si tratta propriamente di personalità di poco conto! Del resto non poteva essere altrimenti. Noi ne veniamo a conoscenza per bocca di Virgilio, che li nomina a Dante uno dopo lʼaltro, nel rispondere a una sua precisa domanda. Questa: “Di qui venne fuori mai qualcuno, o per suo merito o per quello di altri, che poi diventasse beato?”.

E il maestro risponde: “Di qui portò via l’ombra di Adamo, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e osservante dei comandamenti di Dio; il patriarca Abramo e re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per la quale tanto si adoperò… “

Il dato interessante è che non si tratta di una lista casuale, benché lo possa sembrare a un esame superficiale. Piuttosto essa consente a Dante di raffigurare plasticamente le prime sei epoche della storia dellʼuomo: la prima, che va da Adamo a Noè, la seconda, che giunge fino ad Abramo, la terza, che si conclude con re David, la quarta, che parte da questi fino alla cattività babilonese, la quinta si prolunga fino alla nascita di Cristo, la sesta, infine, da Cristo si spingerà fino alla fine dei tempi. E noi contemporanei ne facciamo parte a pieno titolo.

Il tutto, secondo una ripartizione che Dante riprende da Isidoro di Siviglia e da Brunetto Latini, suo grande mentore nella gioventù.