E io anima trista non son sola

6^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

Ed egli a me: “La tua città, che è colma d’invidiosi così che già si riversa fuori, mi accolse in sé nella vita terrena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: per il rovinoso peccato della golosità, come tu vedi, divengo fiacco alla pioggia. E io anima sciagurata non sono sola, perché tutte queste stanno con un tormento uguale per una colpa uguale”. E non proferì più verbo.

Io gli risposi: “Ciacco, la tua pena mi addolora così, che mi dispone al pianto; ma dimmi, se tu lo sai, a quali estremi approderanno i cittadini della città divisa in partiti; se qualcuno vi è fautore di giustizia; e dimmi la ragione per cui l’ha presa in possesso tanta ostilità”.

@ E IO ANIMA TRISTA NON SON SOLA

 

Elle giacean per terra tutte quante

6^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

Noi passavamo su per le ombre che la pioggia opprimente abbatte, e poggiavamo i piedi sopra la loro parvenza che appare corpo. Esse erano distese in terra tutte quante, eccetto una che si alzò a sedere, subito che ci vide passarle davanti.

O tu che sei condotto attraverso questo Inferno”, mi disse, “riconoscimi, se ti riesce: tu nascesti prima che io morissi”.

E io a lui: “La sofferenza intollerabile che tu hai forse ti toglie dalla mia memoria, così che mi sembra che non ti abbia mai visto. Ma dimmi chi sei tu che sei posto in un luogo così doloroso, e hai questo tormento, che, se un altro è più intenso, nessuno riesce così repellente”.

@ ELLE GIACEAN PER TERRA TUTTE QUANTE

E ‘l duca mio distese le sue spanne

6^ canto dell’Inferno.

Seconda parte.

La pioggia li fa ululare come cani; con uno dei fianchi formano un riparo all’altro; gli infelici peccatori si rivoltano spesso. Quando ci vide Cerbero, la grande bestia ripugnante, disserrò le bocche e ci lasciò vedere le zanne; non aveva una parte del corpo che tenesse ferma. E la mia guida allargò le sue mani in tutta la loro ampiezza, afferrò la terra, e con le mani piene la scagliò all’interno delle fameliche gole.

Qual è quel cane che esprime il desiderio abbaiando, e si placa quando addenta il cibo. perché è intento e si affatica solo a mangiarlo con ingordigia, tali divennero quei sudici visi del demonio Cerbero, che stordisce col frastuono le anime così, che desidererebbero essere sorde.

@ E ‘L DUCA MIO DISTESE LE SUE SPANNE

Cerbero, fiera crudele e diversa

6^ canto dell’Inferno.

Prima parte.

Al ritorno della coscienza, che si era sottratta alla percezione della realtà esterna di fronte allo spettacolo doloroso offerto dai due cognati, che per la tristezza mi aveva turbato interamente, mi vedo intorno pene diverse e peccatori diversi, in qualunque maniera io mi diriga o che mi rivolga, o in qualunque maniera io guardi con intenzione. Io sono al terzo cerchio, della pioggia eterna, nociva, gelata e opprimente; la norma e la natura non sono mai diverse.

Grandine grossa, acqua nera e neve si rovesciano attraverso l’aria buia; il suolo che riceve questo manda fetore. Cerbero, fiera crudele e strana, abbaia ringhioso con tre gole simile a un cane sopra i dannati che lì sono immersi. Ha gli occhi vermigli, la barba sozza e nera, e l’addome enorme, e le mani artigliate; graffia gli spiriti e li scortica e li fa a pezzi.

@ CERBERO, FIERA CRUDELE E DIVERSA