Venimmo al piè d’un nobile castello

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4^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Così proseguimmo fino alla luce, dicendo cose che è opportuno passare sotto silenzio, quanto il parlare era là dov’era. Giungemmo alla base di un castello signorile, cinto da sette alte mura, protetto intorno da un grazioso rivo. Attraversammo questo come se fosse terra compatta; entrai per sette porte con questi sapienti: arrivammo a un prato con l’erba appena spuntata.

Vi erano anime con occhi lenti a muoversi e dignitosi, di grande autorevolezza nei loro visi: parlavano poco, con voci melodiose. Ci appartammo così in uno dei lati, in un punto spazioso, illuminato e posto in alto, così che si potevano vedere tutti quanti. In linea retta, sopra il verde prato, mi furono resi noti gli spiriti magnanimi, della vista dei quali m’inorgoglisco nell’anima.

Vidi Elettra con molti discendenti, tra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Cesare in assetto di guerra con gli occhi torvi. Vidi Camilla e Pentesilea; dal lato opposto vidi il re Latino che sedeva con sua figlia Lavinia. Vidi quel Bruto che scacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia; e solo, in disparte, vidi il Saladino.

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Li diritti occhi torse allora in biechi

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6^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

E quegli: “Essi sono tra le anime più indegne; peccati differenti li tengono giù con il loro peso nelle parti basse dell’Inferno: se scendi di tanto, li potrai vedere là. Ma quando tu sarai nella dolce terra, ti chiedo che mi ricordi ai viventi: non ti dico altro e non ti rispondo più”.

In quel momento stravolse in modo obliquo gli occhi tenuti dritti su di me; mi mirò con attenzione un poco e poi abbassò la testa: cadde con essa a livello degli altri ottenebrati dal peccato.

E la guida mi disse: “Non si alzerà più prima dello squillo delle trombe degli angeli, nel tempo in cui verrà la potenza nemica dei dannati: ognuno rivedrà lo sventurato sepolcro, riprenderà il suo corpo e la sua immagine, e conoscerà quel che risuona in eterno”.

Da leggere: Noi aggirammo a tondo quella strada del 12.01.2017 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

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5^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

“O essere vivente generoso e benevolo che attraverso l’aria oscura vai visitando noi che colorammo la terra del colore del sangue, se fosse pietoso il re dell’universo, noi lo pregheremmo per la salvezza della tua anima, dal momento che hai compassione del nostro atroce tormento. Di quel che desiderate ascoltare e dire, noi ascolteremo e diremo a voi, frattanto che il vento, come accade, qui non spira. 

“La città in cui nacqui è situata sul tratto di mare presso la costa in cui discende il Po per trovare riposo nel mare coi suoi affluenti. L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, suscitò in costui il desiderio del bel corpo che mi fu sottratto con violenza; e l’intensità mi vince tuttora. L’amore, che non permette a chi è amato di non riamare, mi avvinse tanto della bellezza di costui, che, come vedi, mi molesta in modo incessante anche ora. L’amore ci portò ad una stessa morte. La Caina aspetta chi ci uccise”. Questo ci dissero loro.

Da leggere: Dirò come colui che piange e dice del 06.01.2017