Venimmo al piè d’un nobile castello

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4^ canto dell’Inferno.

Virgilio cominciò a dire: “Guarda colui con quella spada in mano, che precede i tre come re: quegli è il grande poeta Omero; il secondo che avanza è il satirico Orazio; il terzo è Ovidio, e l’ultimo è Lucano. Poiché ognuno ha in comune con me il titolo di poeta, mi fanno una solenne accoglienza, e in ciò fanno bene”.

Così vidi riunirsi i poeti dell’illustre schiera di quel sovrano dello stile tragico che vola come un’aquila sopra gli altri. Dopo che ebbero parlato un poco tra di loro, si rivolsero a me con un gesto di saluto, e Virgilio si rallegrò di tutto questo; e inoltre mi diedero un segno assai maggiore della loro benevolenza e stima, dal momento che mi accolsero proprio nel loro gruppo, sicché io fui il sesto tra poeti di tanto senno.

Così proseguimmo fino alla luce, dicendo cose che è opportuno passare sotto silenzio, quanto là era giusto parlarne. Giungemmo alla base di un castello dall’aspetto sontuoso, cinto da sette alte mura, protetto intorno da un grazioso rivo. Attraversammo questo come se fosse un suolo compatto; varcai sette porte con questi sapienti: arrivammo a un prato con l’erba appena spuntata.

Vi erano anime con occhi tranquilli e solenni, di grande autorevolezza nei loro visi: si esprimevano pacatamente, con voci melodiose. Ci appartammo così in uno dei lati, in un punto spazioso, illuminato e posto in alto, sicché si potevano vedere tutti quanti. In linea retta, sopra il prato, mi furono manifesti gli spiriti magnanimi, della vista dei quali m’inorgoglisco nell’anima.

Vidi Elettra con molti discendenti, tra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Cesare in assetto di guerra con gli occhi torvi. Vidi Camilla e Pentesilea; dal lato opposto vidi il re Latino che sedeva con sua figlia Lavinia. Vidi quel Bruto che scacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia; e solo, in disparte, vidi il Saladino.

Li diritti occhi torse allora in biechi

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6^ canto dell’Inferno.

E quegli a me: “Dopo una lunga controversia ci si abbandonerà a sanguinose lotte civili, e la parte dei Bianchi scaccerà quella dei Neri con molta offesa. In seguito è inevitabile che questa decada entro pochi anni, e che la seconda prevalga con il potere prevaricatore di uno che ora si barcamena tra le due fazioni. Eserciterà a lungo il suo dominio, tenendo la prima sottomessa con provvedimenti vessatori, per quanto di ciò si lamenti o se ne risenta come di un’onta per sé. I paladini della giustizia sono pochi, e non vi sono ascoltati; superbia, invidia e avidità sono le tre scintille che hanno infiammati i cuori”.

A questo punto concluse il suo discorso dolente. E io a lui: “Di nuovo voglio che tu mia indicazioni e che mi doni altre parole. Farinata e Tegghiaio, che furono così meritevoli di onore, Iacopo Rusticucci, Arrigo e Mosca e gli altri che volsero la loro intelligenza ingegnosa a fare cose buone, dimmi dove sono e fa’ in modo che io sappia la loro sorte; perché un forte desiderio mi stimola a sapere se il Paradiso li appaga o se l’Inferno li avvelena con tormenti”.

E quegli: “Essi sono tra le anime più indegne; peccati differenti li costringono in fondo: se scendi di tanto, li potrai vedere là. Ma quando tu sarai sulla Terra, ti chiedo che mi ricordi ai vivi: non ti dico altro e non ti rispondo più”.

In quel momento stravolse in modo obliquo gli occhi tenuti dritti su di me; mi mirò con attenzione un poco e poi abbassò la testa: cadde con essa a livello degli altri dannati.

E Virgilio mi disse: “Non si alzerà più prima del suono delle trombe degli angeli, nel tempo in cui verrà la potenza nemica dei dannati: ognuno rivedrà lo sventurato sepolcro, riprenderà il suo corpo e la sua immagine, e conoscerà quel che lo aspetta in eterno”.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

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5^ canto dell’Inferno.

Cominciai: “Poeta, gradirei parlare a quei due che si muovono insieme, e sembrano essere così leggeri al vento”.

Ed egli a me: “Sta’ attento a quando saranno più vicino a noi; e tu in quel momento pregali in nome di quell’amore che li travolge, ed essi verranno”.

Non appena il vento li trascina a volo lungo un arco di cerchio verso di noi, proferii: “O anime angustiate , venite a parlare a noi, se Dio non lo vieta!”.

Come le colombe stimolate dall’estro amoroso, vengono attraverso l’aria con le ali tese in alto e immobili verso il piacevole nido, portate dall’istinto; così si staccarono dal gruppo dov’è Didone, avvicinandosi a noi attraverso l’aria infernale, così potente fu il grido pieno d’intenso desiderio.

“O essere vivente generoso e benevolo che attraverso l’aria oscura vai visitando noi che colorammo la Terra del colore del sangue, se fossimo nella grazia di Dio, noi Lo pregheremmo per la salvezza della tua anima, dal momento che hai compassione del nostro atroce tormento. Di ciò che desiderate ascoltare e dire, noi vi ascolteremo e diremo, frattanto che il vento, come accade, qui non spira. 

“La città in cui nacqui è situata sul tratto di mare presso la costa in cui il Po discende per trovare riposo nel mare coi suoi affluenti.  L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, suscitò in costui il desiderio del bel corpo che mi fu sottratto con violenza; e l’intensità tuttora mi vince.  L’amore, che non permette a chi è amato di non riamare, mi avvinse tanto della bellezza di costui, che, come vedi, anche ora mi molesta in modo incessante. L’amore ci portò ad una stessa morte. La Caina aspetta chi ci uccise”. Questo ci dissero loro.