Venimmo al piè d’un nobile castello

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I due pellegrini, dopo essersi imbattuti nella bella scola di Omero – ed essere Dante diventato il sesto tra poeti di una sapienza impareggiabile, mentre Virgilio si compiace dell’ottima accoglienza che costoro: in ordine, lo stesso Omero, Orazio, Ovidio e Lucano hanno tributato al suo pupillo – avanzano lentamente tutti insieme.

Uno a seguire l’altro, con il vate greco ad aprire la fila. La meta prefissa? Null’altro che la luce intravista da Dante e Virgilio, che squarcia le tenebre del Limbo sotto forma di una mezza sfera fulgida.

Non camminano molto – e noi con loro ci avviciniamo alla conclusione del quarto canto dell’Inferno – discorrendo gradevolmente di tematiche esistenziali che possono essere approfondite solo in quel luogo – e che il poeta nella sua narrazione ci omette volutamente, limitandosi a dire “che ’l tacere è bello”, dando così luogo a un’infinità di interpretazioni – quando davanti a essi si staglia la sagoma di un nobile castello, recintato da sette alti bastioni, il cui accesso però è impedito da un bel fiumicello.

Giunti alla riva di questo ruscello, “lo attraversammo come se fosse un suolo compatto”, ci informa Dante. E lui, Virgilio e gli altri sono costretti a varcare ben sette porte, prima di pervenire in vista di un ampio prato dall’erba appena spuntata.

Qui si trova riunito in conclave un assembramento di spiriti, gli sguardi dei quali, a tutta prima, sono riconducibili a una tranquillità e a una solennità senza eguali. Spiriti, peraltro, che emanano una grande autorevolezza dalle loro sembianze. Dante ne riesce a percepire addirittura l’eloquio pacato ed espresso con voce melodiosa.

Virgilio e Dante si discostano un po’ da Omero e dalla sua compagnia, posizionandosi in uno dei lati del prato, in un punto spazioso, luminoso e rialzato rispetto al piano di campagna. E di qui, in linea retta, si offrono allo sguardo dei due pellegrini gli “spiriti magni” del mondo antico, “che del vedere in me stesso n’essalto”. Chi saranno?

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Li diritti occhi torse allora in biechi

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Ci stiamo avvicinando alla parte conclusiva del sesto canto dell’Inferno, e il Sommo Poeta si erge di fronte a Ciacco, il quale, scrutandolo dal basso in alto, ha appena udito la sua domanda. Dante gli ha chiesto che vuole conoscere il luogo in cui si trovano le anime di alcuni personaggi illustri della sua città. Essi sono: Farinata degli Uberti, Tegghiaio degli Aldobrandi, Iacopo Rustucucci, Arrigo dei Fifanti e Mosca dei Lamberti.

Sulle prime Ciacco esita; non intende più replicare a quell’intruso. Ha già parlato troppo di Firenze e ora non ne può più. Poi, come se volesse liberarsi da un peso che l’opprime, prorompe: “Essi si trovano tra le anime più indegne; diverse colpe giù li grava al fondo: se scendi di tanto, potrai vederli là. Ma quando tu sarai ritornato sulla Terra, ti chiedo di ricordarmi ai vivi: non ti racconto e non ti soggiungo altro”.

A questo punto, narra Dante, Ciacco li diritti occhi torse allora in biechi. Poi costui lo guarda un po’, per abbassare il capo subito dopo e accasciarsi conseguentemente allo stesso livello degli altri dannati.

E Virgilio? Beh… lui se n’è stato tutto il tempo in disparte ad ascoltare l’interessante dialogo tra i due interlocutori: il primo, che vuole sapere a tutti costi il modo in cui evolverà la situazione politica della sua patria; il secondo, che, pur rispondendo a tutte le domande rivoltegli, ne avrebbe fatto volentieri a meno, a causa della sofferenza che ancora prova nel parlare di Firenze.

Ora, Virgilio, nel vedere Ciacco che si sdraia di nuovo nel fango a fianco dei suoi compagni di sorte, con tono didascalico a Dante spiega: “Non si rialzerà prima del Giudizio, nel tempo in cui ritornerà Cristo: ognuno rivedrà lo sventurato sepolcro, riprenderà il suo corpo e la sua immagine, e saprà quel che lo aspetta per l’eternità”.

Detto ciò, con un cenno della testa invita il suo pupillo a riprendere il cammino nel cerchio dei golosi. I due si avviano a passo lento, l’uno davanti all’altro.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

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Amor, ch’a nullo amato amar perdona, causò in me tanto piacere per lui, che, per quel che vedi, tuttora mi molesta incessantemente”, dice a un certo punto Francesca da Polenta in tono accorato a Dante, che, accanto a Virgilio, assiste con estrema attenzione allo strano spettacolo della fitta schiera di dannati che volteggiano nell’aria tenebrosa del secondo cerchio dell’Inferno, trascinati di qua e di là da un terribile tifone.

Ella si è staccata poco prima dal gruppo insieme al cognato Paolo Malatesta, quando entrambi hanno udito l’invocazione del poeta, che li ha invitati a fermarsi per parlare con lui. Ci troviamo nel quinto canto dell’Inferno, parte centrale.

E Francesca, poco prima, davanti a tale invito, ha esordito così: “O uomo generoso che nell’aria oscura visiti noi che fummo uccidi sulla Terra, se fossimo in grazia di Dio, noi Lo pregheremmo per la salvezza della tua anima, dal momento che sei compassionevole del nostro tormento. Di quel che desiderate ascoltare e dire, noi ascolteremo e diremo a voi, intanto che l’impeto della bufera, al presente, è meno intenso. Ravenna fu la città dove nacqui”.

L’amore, che agisce subito su un cuore nobile”, prosegue Francesca sempre con lo stesso tono, nell’illusione forse di rendere compartecipe il più possibile quella creatura umana, che all’apparenza è tanto interessata alla sua sorte maledetta da Dio, “suscitò in costui il desiderio per il corpo piacente che mi fu sottratto con la violenza; e la sua intensità mi vince tuttora”.

E continua con la frase riportata in apertura – una delle più note, peraltro, del panorama letterario mondiale -.

L’amore ci portò a una stessa morte. Il fondo dell’Inferno aspetta chi ci uccise”, conclude il suo discorso Francesca. E lo stesso Dante informa il lettore che, quello sopra riportato, corrisponde a quanto gli ha riferito quell’anima tormentata.