Giusti son due, e non vi sono intesi

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È vero. Ciacco non aspettava altro per parlare in malo modo della sua città. E Dante gliene dà l’occasione. Ma basta che costui non insista più di tanto, avrà pensato.

Ci troviamo a sostare nel centro del 6^ canto dell’Inferno, quello dei golosi. Il poeta – mentre Virgilio, un po’ discosto, ascolta con vivo interesse lo scambio di battute tra il suo pupillo e questo dannato insozzato dalla mistura di terra e acqua – ha appena finito di chiedergli a quali estremi sarebbero approdati quei cittadini della città divisa, se tra di loro c’è ancora qualche giusto, e la ragione per cui tanta ostilità l’ha presa in possesso. Tutto ciò, nel terzo cerchio infernale.

Ciacco allora attacca: “Dopo una lunga controversia ci si abbandonerà a sanguinose lotte civili, e la parte Bianca scaccerà la Nera con molta offesa. In seguito è inevitabile che la prima perda il potere entro pochi anni, e che la seconda prevalga con l’aiuto di un personaggio che ora si barcamena tra le parti.

“Eserciterà a lungo il suo dominio, tenendo la parte Bianca sottomessa con provvedimenti vessatori, per quanto si lamenti di ciò o se ne risenta come di un’onta per sé. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avidità sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.  A questo punto conclude il suo parlare dolente.

E Dante? Avvicinandosi di più al dannato, quasi minacciandolo con la propria fisicità, lo incalza con tono arrogante e gli dice: “Di nuovo voglio che tu mi dia indicazioni e che mi faccia dono di altre parole. Farinata e Tegghiaio, che furono così meritevoli di onore, Iacopo Rusticucci, Arrigo e Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni, dimmi dove sono e fa’ sì che io lo sappia; ché gran disio mi stringe di savere se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca“.    

Così a noi non rimane altro che immaginare il moto di stizza del dannato. Lui ha riportato tutto ciò che rientra nella sua preveggenza; ma quanto insiste quel tizio! Che altro vuole?

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