Così vid’i’ adunar la bella scola

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Siamo nel cuore del 4^ canto dell’Inferno. I due poeti stanno camminando nel Limbo e hanno appena ascoltato la voce di qualcuno che diceva ad altri di  accogliere solennemente Virgilio, perché la sua ombra era ritornata, dopo essersi allontanata.

A un tratto vedono avvicinarsi quattro anime, atteggiate a distacco e alquanto irreprensibili, la prima delle quali, recando qualcosa d’indistinguibile nella mano destra, precede le altre tre, che la seguono in fila indiana.

A tale vista, Virgilio si affretta a dire: “Guarda quegli con quella spada in mano, che precede i tre come un signore: quello è il grande poeta Omero; il secondo che avanza è il satirico Orazio; il terzo è Ovidio, e  l’ultimo è Lucano. Poiché ognuno ha in comune con me il titolo di poeta, mi onorano, e in ciò fanno bene”.

Così vid’i’ adunar la bella scola di quel segnor de l’altissimo canto che sovra li altri com’aquila vola”, dice Dante. E dopo che hanno parlato un poco tra di loro, “si rivolsero a me con un gesto di saluto, e Virgilio si rallegrò di tutto questo; e più d’onore ancora assai mi fenno , dal momento che mi accolsero proprio nel loro gruppo, sì ch’io fui sesto tra cotanto senno”, chiosa ancora Dante.

Infine, tutti e sei riprendono la strada, avanzando fino alla luce intravista poco prima dai due poeti. E mentre camminano si dilettano a discutere di cose “che non è opportuno riferire”, conclude Dante.

Che cosa troveranno in corrispondenza di quella luce? Lo potrai scoprire, fedele lettore, prossimamente.

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Giusti son due, e non vi sono intesi

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È vero. Ciacco non aspettava altro per parlare in malo modo della sua città. E Dante gliene dà l’occasione. Ma basta che costui non insista più di tanto, avrà pensato.

Ci troviamo a sostare nel centro del 6^ canto dell’Inferno, quello dei golosi. Il poeta – mentre Virgilio, un po’ discosto, ascolta con vivo interesse lo scambio di battute tra il suo pupillo e questo dannato insozzato dalla mistura di terra e acqua – ha appena finito di chiedergli a quali estremi sarebbero approdati quei cittadini della città divisa, se tra di loro c’è ancora qualche giusto, e la ragione per cui tanta ostilità l’ha presa in possesso. Tutto ciò, nel terzo cerchio infernale.

Ciacco allora attacca: “Dopo una lunga controversia ci si abbandonerà a sanguinose lotte civili, e la parte Bianca farà esiliare la Nera con molta offesa. In seguito è inevitabile che la prima perda il potere entro pochi anni, e che la seconda prevalga con l’aiuto di un personaggio che ora si barcamena tra le parti.

Dominerà a lungo con superbia, tenendo la parte Bianca sottomessa con provvedimenti vessatori, per quanto si lamenti di ciò o se ne risenta come di un’onta per sé. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avidità sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.  A questo punto conclude il suo discorso dolente.

E Dante? Avvicinandosi di più al dannato, quasi minacciandolo con la propria fisicità, lo incalza con tono arrogante e gli dice: “Desidero di nuovo che m’informi e che continui a parlare con me. Farinata e Tegghiaio, che furono così meritevoli di onore, Iacopo Rusticucci, Arrigo e Mosca e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni, dimmi dove sono e fa’ sì che io lo sappia; ché gran disio mi stringe di savere se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca“.    

Così a noi non rimane altro che immaginare il moto di stizza del dannato. Lui ha riportato tutto ciò che rientra nella sua preveggenza; ma quanto insiste quel tizio! Che altro vuole?

Quali colombe dal disio chiamate

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Inferno, secondo cerchio. Una folla di dannati volteggia in aria trascinata da una vento impetuoso. I lussuriosi sono sbatacchiati da una parte e dall’altra, in basso e in alto, cozzando tra di loro con estrema violenza, come se la bufera li volesse annientare. Essa non dà loro tregua, travolgendoli con la sua forza dirompente.

È talmente vivida la descrizione che ne fa Dante, che a chi legge sembra di essere presente in questo luogo di perdizione. Ci stiamo avvicinando al fulcro del 5^ canto dell’Inferno, e Virgilio ha da poco indicato e descritto al suo pupillo una serie di personalità, realmente esistite o frutto del mito o della fantasia, che si sono particolarmente contraddistinte in vita per i loro eccessi in amore e che per tali eccessi sono morte. Su tutte: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille e Tristano.

Poi, sentiti da Virgilio i nomi delle gentildonne e dei guerrieri di ogni epoca, Dante ha un moto di pietà, e rimane quasi turbato. Sicché, vedendo due anime di poco discoste dal gruppo, al suo mentore prontamente chiede: “Virgilio, gradirei parlare a quei due che si muovono in coppia, e sembrano essere così arrendevoli al vento”.

E Virgilio, accomodante: “Sta’ attento a quando saranno più presso a noi; e tu allor li priega in nome di quell’amore che li travolge, ed ei verranno”. E così, non appena il vento li trascina verso i due poeti, Dante grida: “O anime tormentate, venite a parlarci, se Dio non lo vieta!”.

Quali colombe dal disio chiamate”, racconta Dante, “con le ali tese in alto e immobili verso il piacevole nido attraversano l’aria, portate dall’istinto; così si staccarono dal gruppo dove si trova Didone, avvicinandosi a noi attraverso l’aria infernale, così potente fu il grido pieno d’intenso desiderio ”. Allora…