Elle giacean per terra tutte quante

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6^ canto dell’Inferno.

La pioggia li fa ululare come cani; con uno dei fianchi formano un riparo all’altro; gli infelici peccatori si rivoltano sovente. Quando ci vide Cerbero, la grande bestia ripugnante, disserrò le bocche e ci lasciò vedere le zanne; non aveva una parte del corpo che tenesse ferma. E la mia guida allargò le sue mani in tutta la loro ampiezza, afferrò la terra, e con le mani piene la scagliò all’interno delle fameliche gole.

Com’è quel cane che abbaiando manifesta il desiderio di mangiare, e si placa quando addenta il cibo, perché dedica attenzione e sforzo solamente a mangiarlo con ingordigia, così si mutarono i tre sudici volti di Cerbero, che stordisce così le anime, che vorrebbero essere sorde.

Noi passavamo sopra le ombre che la pioggia opprimente abbatte, e mettevamo i piedi sopra la loro parvenza che sembra un corpo vero. Esse erano distese in terra tutte quante, eccetto una che si alzò a sedere, non appena ci vide passarle davanti.

“O tu che sei condotto attraverso questo Inferno”, mi disse, “riconoscimi, se ti riesce: tu nascesti prima che io morissi”.

E io a lui: “La sofferenza intollerabile che tu hai forse ti toglie dalla mia memoria, sicché ho l’impressione di non averti mai visto. Ma dimmi chi sei tu che sei posto in un luogo così doloroso, e patisci questo tormento, che, se un altro è più intenso, nessuno è così spiacevole”.

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