Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia

Ci sembra ci vederlo, Minosse, già leggendario re di Creta, ora in funzione di giudice dei dannati, che, digrignando i denti e sedendo comodamente su di una coda molto lunga e attorta, sovrasta una moltitudine di anime, le quali lo circondano in attesa di essere sottoposte al suo insindacabile giudizio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: prende in esame i peccati nel punto in cui si entra”, ci relaziona Dante, quando giunge nel secondo cerchio infernale, dopo che ha disceso un leggero pendio seguendo Virgilio. O lettori, questo è l’incipit del 5^ canto dell’Inferno, dove Minosse non fa altro che decretare la pena adeguata alla colpa, destinando le anime nei cerchi infernali a seconda di come avvoltola la coda intorno al corpo.

Quando l’anima dannata”, specifica il poeta, “gli viene al cospetto, ammette totalmente i suoi peccati; e quel conoscitor de le peccata valuta quale cerchio dell’Inferno spetti ad essa; si avvolge con la coda tante volte quanti cerchi stabilisce che sia posta in basso. Di fronte a lui ne stanno sempre molte: ricevono il verdetto ognuna a turno, parlano e ascoltano e poi sono mandate in fondo”.

D’improvviso, interrompendo la sua mansione così rilevante, Minosse alza di scatto il capo e, accorgendosi della presenza insolita dei due poeti fermi ad osservare, la muove più volte a mo’ di negazione, prorompendo con voce tonante verso Dante: “O tu che vieni al doloroso ospizio, sta’ attento a come entri e a chi tu riponi la fiducia; non ti tragga in errore l’ampiezza dell’entrata!”.

Al che Virgilio, acidamente: “Perché continui a gridare? Non ti opporre al suo cammino stabilito dal decreto divino: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e non chiedere altro”.

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Vero è che ‘n su la proda mi trovai

Vero è che 'n su la proda mi trovai

Immaginate di volare. Il panorama sottostante si apre in una vertiginosa concavità, oscura e nebbiosa. D’un tratto, un forte boato rimbomba da un orlo all’altro del baratro. Da quella altezza potete intravedere un uomo – fino a un momento prima disteso a terra privo di sensi – che si rialza barcollando, destato di sicuro dal frastuono, mentre lancia uno sguardo smarrito attorno a sé. Ma sì, è Dante! E, poco discosta, si staglia un’altra figura umana. Avete visto bene: non può che trattarsi di Virgilio.

Vero è che ’n su la proda mi trovai della cavità infernale”, così precisa il poeta nell’apertura del 4^ canto dell’Inferno. Buia, profonda e caliginosa tanto che, per quanto rivolga il suo sguardo in fondo, non vi vede nessuna cosa.

Virgilio prontamente si avvicina e sfiora con la mano la spalla di Dante. Ma il suo volto sembra stranamente pallido: “Adesso scendiamo all’Inferno. Io andrò avanti, e tu mi seguirai”, dice questi al poeta. E Dante, resosi conto del pallore diffuso sulla faccia del maestro, con voce tremula ribatte: “Come ti seguirò, dato che provi timore e smarrimento tu che sei solito essere di conforto ai miei dubbi?”.

La sofferenza intollerabile delle anime che sono quaggiù, rende palese sul volto quel turbamento che tu scambi per timore. Andiamo, perché ci sollecita il lungo percorso ”, gli risponde Virgilio alquanto urtato.

Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l’abisso cigne”, racconta Dante a mo’ di chiosa dell’affermazione perentoria del suo mentore. I due poeti, infatti, imboccano un angusto e scomodo sentiero, che conduce al primo cerchio dell’Inferno: il Limbo.

Cerbero, fiera crudele e diversa

Cerbero, fiera crudele e diversa

Uno spettacolo inusuale si presenta agli occhi di Dante, nel momento in cui li riapre dopo lo svenimento e si guarda attorno.

“Al ritorno della coscienza, che si era sottratta alla percezione della realtà di fronte allo spettacolo doloroso offerto dai due cognati, che per la tristezza mi aveva completamente turbato”, egli registra, “mi vedo intorno torture e torturati di una specie diversa, come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati”. Incipit del 6^ canto dell’Inferno.

I due poeti si ritrovano ai margini del terzo cerchio del baratro infernale, quello in cui la pioggia è eterna, nociva, gelata e opprimente; dove “ritmo e natura non vi mutano mai”. Qui Dante racconta che “grandine grossa, pioggia nera e neve per l’aere tenebroso si riversa”, concludendo quasi compiaciuto: “pute la terra che questo riceve”.

In questo ambiente, innumerevoli dannati – per la cronaca, i golosi – si rivoltano nella spessa poltiglia, mimando un movimento osceno, un balletto disgustoso solo a immaginarlo. Essi, prosegue il poeta nella narrazione, ora mostrano un fianco ora l’altro, per difendersi dalla pioggia che non cessa mai di cadere

Di tanto in tanto si ode il latrare di un cane, mentre lo scrosciare della pioggia prosegue in modo incessante. Si tratta di Cerbero, fiera crudele e diversa, il quale abbaia ringhioso simile a un cane dalle tre gole sopra i dannati che sono sommersi lì. Dante lo descrive in modo perfetto, con gli occhi vermigli, la barba sozza e nera, l’ addome enorme, e le mani artigliate, mentre graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. E a noi sembra di essere presenti, tanto incisiva è la descrizione.