Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia

5^ canto dell’Inferno. Inizio.

Così discesi giù dal primo cerchio giù nel secondo, che cinge uno spazio minore e tanta più sofferenza, che tormenta da strappare gemiti. Vi sta Minosse in modo orribile, e digrigna i denti: prende in esame i peccati nel punto in cui si entra; esprime il giudizio e manda a seconda di come avvoltola la coda intorno al corpo. Dico che quando gli viene al cospetto l’anima dannata, espone tutte le proprie colpe; e quel giudice dei peccati valuta quale cerchio dell’Inferno spetti ad essa; si avvolge con la coda tante volte quanti cerchi delibera che sia posta in basso. Di fronte a lui in ogni momento ne stanno molte: ricevono il verdetto ognuna a turno, parlano e ascoltano e poi sono scagliate in fondo.   

O tu che vieni nel luogo pieno di dolore”, mi disse Minosse quando mi vide, interrompendo l’azione di una mansione così grande, “sta’ attento a come entri e a chi tu riponi la fiducia; non ti tragga in errore l’ampiezza dell’entrata!”. E la mia guida a lui: “Perché continui a gridare? Non ti opporre al suo cammino voluto dalla Provvidenza: si vuole così in quel luogo in cui è possibile ciò che si vuole, e non chiedere altro”.

Da leggere: Io venni in loco d’ogne luce muto del 04.09.2016

Vero è che ‘n su la proda mi trovai

Vero è che 'n su la proda mi trovai

4^ canto dell’Inferno. Inizio.

Un boato forte e cupo interruppe il mio sonno profondo nella testa, così che io ripresi i sensi come una persona che si sveglia in modo violento; e volsi intorno gli occhi ristorati, levato in piedi, e guardai con attenzione per acquistare cognizione del luogo in cui io fossi. Vero è che mi trovai sull’estremità superiore della voragine piena di dolore che raccoglie il rimbombo degli innumerevoli lamenti dei dannati. Era buia e profonda e caliginosa tanto che, per quanto cercassi di penetrare con lo sguardo, io non vi vedevo nessuna cosa.

“Adesso discendiamo quaggiù nel mondo chiuso”, cominciò il poeta tutto impallidito. “Io andrò avanti, e tu mi seguirai”.

E io, che mi ero avveduto del pallore, dissi: “Come ti seguirò, dato che provi timore e smarrimento tu che sei solito essere di conforto ai miei dubbi?”.

Ed egli a me: “La sofferenza intollerabile delle anime che sono quaggiù, rende palese sul volto quel turbamento che tu interpreti come segno di timore. Andiamo, perché ci sollecita il lungo percorso”. Così si avviò e così mi fece entrare nel primo cerchio che l’Inferno delimita all’intorno.

Da leggere: Non adorar debitamente a Dio del 20.08.2016 

Cerbero, fiera crudele e diversa

Cerbero, fiera crudele e diversa

6^ canto dell’Inferno. Inizio.

Al ritorno della coscienza, che si era sottratta alla percezione della realtà esterna di fronte allo spettacolo doloroso offerto dai due cognati, che per la tristezza mi aveva tutto turbato, mi vedo intorno torture e torturati di una specie diversa, in qualsiasi parte io mi diriga o mi rivolga, o dovunque io guardi intensamente. Io sono al terzo cerchio, della pioggia eterna, nociva, gelata e opprimente; la norma e la natura non sono mai diverse.

Grandine grossa, pioggia nera e neve si rovesciano attraverso l’aria buia; il suolo che riceve questo manda fetore. Cerbero, bestia feroce e strana, abbaia ringhioso con tre gole simile a un cane sopra i dannati che sono immersi lì. Ha gli occhi vermigli, la barba sozza e nera, e l’addome enorme, e le mani artigliate; graffia gli spiriti e li scortica e li fa a pezzi.

Da leggere: E ‘l duca mio distese le sue spanne del 06.08.2016