Fama di loro il mondo esser non lassa

3o

3^ canto dell’Inferno. Gli ignavi.

I due poeti hanno appena varcato la porta dell’Inferno. “Lì gemiti, pianti e acuti lamenti risuonavano attraverso l’aria infernale, per cui io ne piansi al sentirli la prima volta. Linguaggi strani, modi di parlare spaventosi, parole dolenti, toni di voce esprimenti il sentimento dell’ira, suoni vocali forti e fievoli, e percosse con essi producevano un clamore, il quale si muove a vortice sempre in quell’aria oscura in cui non passa il tempo, come la sabbia tutte le volte che soffia il vento”.

E lui con la mente oppressa dal dubbio, dice: “Maestro, che cos’è ciò che odo? e quali anime sono che sembrano così sopraffatte dal dolore?”. 

Ed egli al poeta: “In questa triste condizione stanno le anime sciagurate di coloro che vissero senza demerito e senza merito”. Per chiosare a mo’ di epitaffio, dopo una breve dissertazione esplicativa su di loro, in ciò incalzato dal poeta : “L’umanità non permette che di loro resti la memoria; la misericordia e la giustizia li disprezzano: non parliamo di loro, ma volgi lo sguardo e prosegui senza fermarti”.

Gli ignavi. Una categoria talmente particolare e numerosa di esseri umani, che Dio non sono posti nemmeno tra i dannati. Il poeta ce li mostra nel vestibolo dell’Inferno, mentre in una lunga fila seguono una bandiera che va in tondo muovendosi tanto rapida, che non gli può apparire mai ferma. Essi sono nudi e punti continuamente da mosconi e da vespe, che striano loro il viso di sangue.

In tale rappresentazione, Dante ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per cui la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione – Antico Testamento docet -, poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra la colpa e la forma della pena.

Questa chiese Lucia in suo dimando

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2^ canto dell’Inferno. Santa Lucia.

Nell‘Empireo Beatrice è stata invitata da santa Lucia – a sua volta chiamata da una donna nobile, vale a dire Maria Vergine -, ad aiutare quegli che fu tanto innamorato di lei, che per lei si era sollevato dalla moltitudine del volgo. “Non ti muove a pietà il suo affanno, tu non vedi il peccato che lo sovrasta su cui il mare non riesce vittorioso?”, le aveva detto la santa, nel 2^ canto dell’Inferno. E Beatrice, memore dei suoi ricordi terreni, era scesa nell’Inferno per convincere Virgilio affinché si prodigasse, con il suo prezioso eloquio, a riportare Dante sulla retta via.

Parliamo di santa Lucia, dunque, che il poeta converte nell’allegoria della grazia illuminante (dono divino che coopera con l’uomo per condurlo alla salvezza). Ciò si spiega col fatto che, ammalatosi in gioventù di una seria patologia agli occhi dovuta alle troppe letture, di cui egli parla nel Convivio (III, IX, 15), ne riceve per intercessione una prodigiosa guarigione.

La sua devozione lo spinge a citarla nella Commedia almeno in tre occasioni: nella prima cantica, quella sopra menzionata; nella seconda, addormentatosi nella ‘valletta dei principi’, egli sogna di essere trasportato in alto da un’aquila fino alla porta del Purgatorio; qui Virgilio gli spiega che, invece, è stata santa Lucia; nella terza, a proposito della sua presenza nell’Empireo accanto a sant’Anna e a san Giovanni Battista, e di fronte ad Adamo, facendo tutti corona a Maria Vergine.

Fin qui il personaggio letterario. La Lucia reale è una giovane donna appartenente a una ricca famiglia di Siracusa, che viene denunciata come cristiana dal promesso sposo, che è pagano, quando questi si vede respinto d’improvviso. Siamo nel momento – 304 d. C. -, in cui la persecuzione dei cristiani, voluta da Diocleziano, è al massimo della sua intensità. Durante il processo, Lucia si proclama seguace di Cristo. Fino al sacrificio estremo, quando subisce la decapitazione senza che abiurare alla propria fede.

La sua venerazione si estende fin dall’antichità in tutta la Chiesa; per essa vengono costruiti edifici di culto, e la sua immagine viene raffigurata in mosaici e dipinti, diventando infine la santa protettrice delle malattie oftalmiche.