Fama di loro il mondo esser non lassa

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Vestibolo dell’Inferno. Dante e Virgilio ne hanno da poco varcato la porta quando il primo – udendo echeggiare in quell’aura sanza tempo tinta un clamore formato da linguaggi oltre l’umano, modi di parlare spaventosi, parole e toni di voce intrisi di sofferenza e di rabbia, voci tonanti e affievolite, chiede al secondo: “Maestro, che cos’è quel che sento? e quali anime sono che sembrano così sopraffatte dal dolore?”. Parte iniziale del 3^ canto dell’Inferno.

E Virgilio non si fa pregare nel rispondere, dicendogli che a tenere questo sofferto contegno sono gli ignavi. Per chiosare a mo’ di epitaffio, dopo una breve dissertazione su tali personaggi: “Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Dunque gli ignavi, coloro che vissero sanza infamia e sanza lodo. Una categoria talmente particolare di esseri umani, che Dante non li pone nemmeno tra i dannati veri e propri. Il poeta ci fa vedere gli ignavi nel vestibolo dell’Inferno, mentre corrono dietro a un vessillo che non si arresta mai, morsicati continuamente da mosconi e da vespe, che striano loro la faccia di sangue.

In tale rappresentazione Dante ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per cui la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione – Antico Testamento docet – poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra la colpa e la forma della pena.

Dato ancora più interessante, peraltro, è che solo una volta, in tutta la prima cantica della Commedia, ne cita espressamente il termine – con una p – , e ciò accade nel canto 28^, vv. 139-142, facendo parlare la testa recisa dal busto di Bertrans de Born, nella vita terrena tra i massimi trovatori in lingua d’oc e signore di Hautefort, posto a scontare la condanna tra i seminatori di discordie e di divisioni.

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Questa chiese Lucia in suo dimando

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Lucia, nimica di ciascun crudele”, racconta Beatrice a Virgilio, “si avviò, e venne nel luogo dov’ero, in cui sedevo con la venerabile Rachele”. 2^ canto dell’Inferno.

La santa chiede a Beatrice perché non soccorra Dante, che fu tanto innamorato di lei, tanto da allontanarsi dalla volgare schiera. E costei, memore dei suoi ricordi terreni, scende nel Limbo dell’Inferno per convincere Virgilio affinché si prodighi, con il suo prezioso eloquio, a instradare Dante sulla retta via.

Riferimento a santa Lucia, dunque, che il poeta converte nell’allegoria della grazia illuminante (dono divino che coopera con l’uomo per condurlo alla salvezza). Ciò si spiega col fatto che, ammalatosi in gioventù di una seria patologia agli occhi dovuta alle troppe letture – di cui egli parla nel Convivio (III, IX, 15) – ne riceve per intercessione una prodigiosa guarigione.

La sua devozione lo spinge a citarla nella Commedia almeno in tre occasioni: nella prima cantica, quella sopra menzionata; nella seconda, addormentatosi nella ‘valletta dei principi’, egli sogna di essere trasportato in alto da un’aquila fino alla porta del Purgatorio; qui Virgilio gli spiega che, invece, è stata santa Lucia; nella terza, a proposito della sua presenza nell’Empireo accanto a sant’Anna e a san Giovanni Battista, e di fronte ad Adamo, facendo tutti corona alla Vergine Maria.

Fin qui il personaggio letterario. La Lucia reale è una giovane donna appartenente a una ricca famiglia di Siracusa, che viene denunciata come cristiana dal promesso sposo, che è pagano, quando questi si vede respinto d’improvviso. Siamo nel momento – 304 d. C. – in cui la persecuzione dei cristiani, voluta da Diocleziano, è al massimo della sua intensità. Durante il processo, Lucia si proclama seguace di Cristo. Fino al sacrificio estremo, quando subisce la decapitazione senza abiurare la propria fede.

La sua venerazione si estende fin dall’antichità in tutta la Chiesa; per essa vengono costruiti edifici di culto, e la sua immagine viene raffigurata in mosaici e dipinti, diventando infine la santa protettrice delle malattie oftalmiche.

Pertanto, una donna gentil nel ciel, Beatrice e santa Lucia: tre tai donne benedette che consentono a Dante, per espressa volontà divina, il suo percorso di redenzione. Delle tre, per i più, è la martire di Siracusa il vero anello di congiunzione tra l’esperienza terrena della colpa e il cammino di quella ultraterrena.