Fama di loro il mondo esser non lassa

3o

I due poeti hanno da poco varcato la porta dell’Inferno. “Lì gemiti, pianti e acuti lamenti risuonavano attraverso l’aria infernale, per cui io ne piansi al sentirli la prima volta. Linguaggi strani, modi di parlare spaventosi, parole dolenti, toni di voce esprimenti il sentimento dell’ira, suoni vocali forti e fievoli, e rumori di mani battute le une contro le altre producevano un clamore…”

Per la qual cosa si rivolge a Virgilio in tal modo: “Maestro, che cos’è ciò che sento? e quali anime sono che sembrano così sopraffatte dal dolore?”. 3^ canto dell’Inferno.

E Virgilio gli dice che “in questa triste condizione stanno le anime sciagurate degli ignavi”. Per chiosare a mo’ di epitaffio, dopo una breve dissertazione esplicativa su di loro, in ciò incalzato da Dante : “L’umanità non tollera che resti il loro ricordo; la compassione e la giustizia di Dio li disdegnano: non parliamo di loro, ma volgi lo sguardo e tira dritto”.

Gli ignavi. Una categoria talmente particolare e numerosa di esseri umani, che Dio non li pone nemmeno tra i dannati. Il poeta ce li mostra nel vestibolo dell’Inferno, mentre in una lunga fila seguono una bandiera che va in tondo muovendosi tanto rapida, che non gli può apparire mai ferma. Essi sono nudi e punti continuamente da mosconi e da vespe, che striano loro il viso di sangue.

In tale rappresentazione, Dante ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per cui la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione – Antico Testamento docet – poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra la colpa e la forma della pena.

Dato ancora più interessante, peraltro, è che solo una volta, in tutta la prima cantica della Commedia, ne cita espressamente il termine – con una p – , e ciò accade nel 28^ canto, facendo parlare la testa recisa dal busto di Bertrans de Born, nella vita terrena tra i massimi trovatori in lingua d’oc e signore di Hautefort, posto a scontare la condanna tra i seminatori di discordie e di divisioni.

Questa chiese Lucia in suo dimando

2g

Nell‘Empireo Beatrice è stata invitata da santa Lucia – a sua volta chiamata da una donna nobile – ad aiutare quegli che fu tanto innamorato di lei, che per lei si era sollevato dalla moltitudine del volgo. “Non ti muove a pietà il suo affanno, tu non vedi il peccato che lo sovrasta su cui il mare non riesce vittorioso?”, le aveva detto la santa, nel 2^ canto dell’Inferno. E Beatrice, memore dei suoi ricordi terreni, era scesa nell’Inferno per convincere Virgilio affinché si fosse prodigato, con il suo prezioso eloquio, a instradare Dante sulla retta via.

Parliamo di santa Lucia, dunque, che il poeta converte nell’allegoria della grazia illuminante (dono divino che coopera con l’uomo per condurlo alla salvezza). Ciò si spiega col fatto che, ammalatosi in gioventù di una seria patologia agli occhi dovuta alle troppe letture – di cui egli parla nel Convivio (III, IX, 15) – ne riceve per intercessione una prodigiosa guarigione.

La sua devozione lo spinge a citarla nella Commedia almeno in tre occasioni: nella prima cantica, quella sopra menzionata; nella seconda, addormentatosi nella ‘valletta dei principi’, egli sogna di essere trasportato in alto da un’aquila fino alla porta del Purgatorio; qui Virgilio gli spiega che, invece, è stata santa Lucia; nella terza, a proposito della sua presenza nell’Empireo accanto a sant’Anna e a san Giovanni Battista, e di fronte ad Adamo, facendo tutti corona alla Vergine Maria.

Fin qui il personaggio letterario. La Lucia reale è una giovane donna appartenente a una ricca famiglia di Siracusa, che viene denunciata come cristiana dal promesso sposo, che è pagano, quando questi si vede respinto d’improvviso. Siamo nel momento – 304 d. C. – in cui la persecuzione dei cristiani, voluta da Diocleziano, è al massimo della sua intensità. Durante il processo, Lucia si proclama seguace di Cristo. Fino al sacrificio estremo, quando subisce la decapitazione senza che abiurare alla propria fede.

La sua venerazione si estende fin dall’antichità in tutta la Chiesa; per essa vengono costruiti edifici di culto, e la sua immagine viene raffigurata in mosaici e dipinti, diventando infine la santa protettrice delle malattie oftalmiche.