Un vecchio, bianco per antico pelo

3i

Ed ecco venire verso di noi con una barca un vegliardo, canuto con barba e capelli da lunga data, gridando: ‘Peggio per voi, anime malvagie!’ ”.

Nel vestibolo dell’Inferno, l’attenzione va su Caronte che attraversa l’Acheronte sopra una grossa imbarcazione che il demone spinge per mezzo di un lungo palo.

Il suo ingresso in scena corrisponde a una irruzione improvvisa, che crea non poco sconcerto in Dante, il quale, lasciati gli ignavi al loro ingrato destino di non dannati, in quanto capaci di differenziarsi dai condannati, è posizionato insieme a Virgilio un po’ discosto dalla moltitudine di questi ultimi, radunata sulla sponda del fiume infernale.

Dunque Caronte. Chi fu costui? Dal momento che i popoli dell’antichità, a partire dagli Etruschi, ponevano nei sepolcri, dopo le esequie effettuate secondo il rituale prestabilito, l’obolo affinché nell’Ade avvenisse il traghettamento delle anime dei defunti da una riva all’altra dell’Acheronte, individuarono in questa figura del mito, figlio di Erebo e della Notte, il nocchiero adatto allo scopo. Peraltro, a titolo di cronaca, coloro che non ricevevano le esequie rituali o non possedevano l’obolo, erano costretti a vagabondare per l’eternità tra le brume del fiume.

Dante, come abbiamo ricordato sopra, gli dà ampio spazio nel contesto della narrazione del 3^ canto dell’Inferno, facendone il protagonista principale, dopo un’ampia dissertazione riguardante gli ignavi.

Sicuramente l’episodio trova riscontro nel passo del sesto libro dell’Eneide, là dove ne parla Virgilio in questi termini: “Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato. Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele a trasportare i corpi sulla barca di colore ferrigno”. 

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