E donna mi chiamò beata e bella

bea7

Quando Virgilio s’imbatte in Dante, mentre questi viene spinto dalla lupa giù per un pendio solitario, il poeta si sente immediatamente rinfrancato, allorché viene reso edotto che una donna beata e bella – dietro specifico mandato di santa Lucia, a sua volta interessata a muoversi nientemeno che dalla Vergine Maria – lo ha cercato e trovato nel Limbo, affinché egli provveda alla salvezza dell’anima di Dante.

Orbene, questa donna beata e bella, alla quale – racconta Virgilio – lucevan li occhi più che la stella, e parla soave e piana, con angelica voce, è Beatrice Portinari, figlia di Folco, banchiere fiorentino. Infatti, malgrado le divergenze che non mancano mai, la consuetudine secolare che la identifica con la Beatrice ‘musa’ di Dante, è alquanto salda. La sua data di nascita si è desunta da quella del poeta (nato nel 1265); si crede sia stata della stessa età o, al massimo, minore di un anno. Invece, quella della morte (1290), la si ricava dalla Vita Nuova dantesca: opera dalla quale si deduce una miriade di informazioni sulla sua presenza terrena.

Beatrice si marita, ancora adolescente, con Simone dei Bardi, facoltoso banchiere come il padre. E si ritiene sia morta in occasione del primo parto, per essere sepolta – almeno per la tradizione – nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, dove una lapide la ricorda.

Dante, davanti a questo evento per lui traumatizzante, le dedica la Vita Nuova, in cui raccoglie in prosa una sequela di scritti poetici composti qualche anno prima. Secondo le indicazioni dell’opera, il loro incontro avviene quando lei ha appena nove anni. E a noi piace immaginare che i due, essendo le rispettive famiglie vicine di casa, si rincorressero per i vicoli del quartiere.

Il poeta, nel contesto della intera Commedia, la fa diventare simbolo di celeste sapienza: infatti, nella prima cantica, di lei parla Virgilio, quando questi racconta a Dante del vero motivo circa la sua venuta sulla Terra; nella seconda, il Sommo poeta finalmente la vede sul carro trionfale nell’Eden (la vetta del monte); nella terza, Beatrice prende il testimone da Virgilio quale guida spirituale del poeta nell’ascesa all’Empireo. Dove lo affiderà nelle mani sicure di san Bernardo di Chiaravalle.

Se ci fermassimo solo un attimo a riflettere, scopriremmo che si tratta di un onore inimmaginabile per un’anonima fanciulla fiorentina del Duecento, il ricordo della quale ci è stato tramandato nei secoli, con l’opera più complessa e ricca di valori mai concepita da mente umana.

Annunci

Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

c1f

“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?”

Il Sommo Poeta interroga in tal modo Virgilio, quando questi lo intercetta mentre sta precipitando verso la selva del peccato e del dolore, spintovi man mano dalla lupa. Siamo nel cuore del primo canto dell’Inferno.

Ma chi fu Publio Virgilio Marone? Uno dei più grandi poeti della letteratura latina. Nacque ad Andes, nei pressi di Mantova, nel 70 a.C e a Napoli frequentò la scuola epicurea di Sirone. Colpito dalla confisca delle terre a favore dei veterani della battaglia di Filippi, nel 42 a.C., si trasferì a Roma, segnalandosi subito all’attenzione con la pubblicazione delle Bucoliche. Entrato a far parte del circolo di Mecenate, strinse un forte e duraturo legame con Ottaviano, il futuro Augusto, Orazio e Vario Rufo.

In Campania, tra il 37 e il 30 a.C., compose le Georgiche. E l’anno successivo, incoraggiato da Ottaviano, pose mano alla stesura dell’Eneide, la sua opera maggiore, quella che lo ha reso immortale. Dieci anni dopo fece un viaggio in Grecia, ma al ritorno morì a Brindisi. Le sue spoglie furono trasportate a Napoli grazie a Ottaviano.

Le sue opere:

Bucoliche: sono dieci egloghe (componimenti di argomento pastorale) scritte tra il 42 e il 39 a.C., in esametri di carattere idillico, in parte sotto forma di dialogo. La idealizzazione di una vita agreste e appartata e dell’otium secondo i dettami epicurei, nonché un soffuso senso di malinconia che pervade l’opera, sono gli ingredienti primari di tali componimenti. La IV egloga, dove il poeta si riferisce alla nascita di un fanciullo, contribuì alla sua fama nel Medioevo quale precursore del cristianesimo.

Georgiche: sono divise in quattro libri (agricoltura, coltivazione della vite, allevamento del bestiame e apicoltura), che formano un poema didascalico ispirato alle Opere e i giorni di Esiodo e alla opera omnia di Lucrezio. Il lavoro dei campi vi è visto come mezzo di progresso e di redenzione, e la vita in campagna come la sola in grado di conservare le virtù morali degli uomini e degli Stati.

Eneide: prima scritta in prosa in dodici libri e poi in versi. L’opera rimase incompiuta. Racconta le vicende di Enea – collegate dalla tradizione alle origini di Roma – e dedica i primi sei libri al suo peregrinare dopo la caduta di Troia, con gli episodi di Didone e della discesa all’Ade, e gli altri alle guerre sostenute dopo l’arrivo nel Lazio. Il poeta, in questa opera, celebra la pietas, la dedizione al dovere, lo spirito di sacrificio e la generosità per i deboli e i vinti più che l’entusiasmo per le virtù guerriere, le battaglie e i duelli.