Questi non ciberà terra né peltro

imperatore

Immagini il lettore di vedere Virgilio, mentre questi dice a Dante che si rende necessario seguire una strada diversa, se egli vuole allontanarsi dalla selva oscura. Il poeta non ha creduto ai propri occhi quando, sul pendio che si diparte dalla selva, ha visto davanti a sé la sagoma indistinta del grande poeta latino. Siamo nel 1^ canto dell’Inferno, poco oltre la metà.

Virgilio continua: “Perché questa fiera, a causa della quale tu invochi aiuto, non permette agli altri di muoversi attraversando il suo cammino, ma lo impedisce tanto che li distrugge; e ha un’indole così malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo aver mangiato ha più fame di prima. Gli uomini a cui si unisce sono molti, e saranno ancora parecchi, infin che ’l veltro verrà, che la sopprimerà con dolore”.

Dunque il veltro. Ce ne parla Virgilio in tono appassionato, mentre Dante lo fissa con gli occhi sgranati: “Questi non ciberà terra né peltro, ma nutrirà il suo spirito nel nome della Trinità, e avrà umili origini. Salverà l’Italia decaduta a causa della quale persero la vita la giovane Camilla, Eurialo e Turno e Niso per le ferite. Questi la inseguirà per ogne villa, fino a quando l’avrà rispedita all’Inferno, da dove la fece uscire Lucifero”.

Pertanto io per il tuo bene”, incalza Virgilio, “credo e giudico opportuno che tu mi venga dietro, e io sarò la tua guida, e ti condurrò da qui attraverso l’Inferno; dove sentirai le urla disperate, vedrai gli antichi spiriti dolenti, in modo che ognuno invoca la morte dell’anima; e vedrai color che son contenti nel foco, perché sperano di raggiungere a tempo debito le beate genti”.

Detto ciò, Virgilio si concede una pausa. Breve. In attesa di sferrare lʼattacco finale.

Come d’autunno si levan le foglie

come d'autunno

Caronte ha raggiunto i due poeti sulla sponda dell’Acheronte, nel vestibolo dell’Inferno, non trovando altro modo che trattare Dante con rozzezza. E dopo che Virgilio, con tono aspro, gli ha intimato: “Caronte, non ti stizzire: si è deciso così in Paradiso, e non chiedere altro” – riferendosi con ciò al viaggio nei regni ultraterreni che Dante sta intraprendendo, al fine di prendere coscienza dei propri peccati – subito si è placato, riconoscendo implicitamente, dalla perentorietà delle parole, l’autorevolezza del personaggio che le ha espresse.

Dunque, come detto, Virgilio e Dante sono fermi sulla dolorosa riva dell’Acheronte. E il secondo, nella parte che prelude alla fine del 3^ canto dell’Inferno, fissando la moltitudine dei dannati, che, poco discosta, aspetta con ansia di potersi imbarcare, a tal proposito scriverà: “Ma quelle anime, che erano affrante e nude, impallidirono e batterono i denti, non appena capirono le parole dure. Maledicevano Dio e i loro genitori,  l’umanità e il luogo e il tempo della nascita e i padri dei loro padri e il seme da cui erano stati generati.

Poi si radunarono tutte quante insieme, piangendo tanto, sulla sponda dell’Acheronte. Il demone Caronte, con gli occhi come carboni ardenti facendo loro cenni, le riunisce tutte; percuote col remo ognuna che indugia.

“Come in autunno le foglie si staccano l’una dietro l’altra, fino a quando l’albero vede a terra tutte le sue fronde, analogamente le anime dannate si imbarcano da quella riva l’una dietro l’altra, con cenni come il falco si precipita a terra al richiamo del falconiere. Così se ne vanno su per l’acqua di colore scuro del fiume, e prima che siano sbarcate di là, un altro gruppo di nuovo si raduna di qua”.