Lucia, nimica di ciascun crudele

Lucia, nimica di ciascun

Caro lettore, ora si parla di Santa Lucia.

Non è tanto che abbiamo lasciato Beatrice insieme a Virgilio all’interno di un cono luminoso nel Limbo, che la ritroviamo mentre a questi racconta con fare deciso – e in sottofondo ci pare di udire il brusio delle anime che son sospese – che nell’Empireo la Vergine Maria chiamò Santa Lucia, dicendole: “Ora il tuo amico ha bisogno di te, e io lo affido alle tue cure -.

Parte centrale del secondo canto dell’Inferno.

Lucia, nimica di ciascun crudele”, prosegue Beatrice, “si avviò, e venne nel luogo dove mi trovavo, in cui ero assisa al fianco della venerabile Rachele. Chiese: – Beatrice, loda di Dio vera, perché non aiuti chi fu tanto innamorato di te, che secondo la tua ispirazione si allontanò dal volgo? Non ti muove a pietà il suo stato angoscioso, non ti avvedi del male che lo sovrasta su cui nemmeno il mare riesce vittorioso? –

Non vissero mai persone più leste a procurarsi un vantaggio personale o ad allontanarsi da qualcosa che le danneggiasse, se paragonate a me, dopo un tale discorso, tanto che sono discesa all’Inferno dall’Empireo, fidandomi del tuo parlare onesto, che rende onore a te e ai tuoi lettori”, conclude Beatrice.

Udendo ciò per bocca di Virgilio, a Dante non resta che prendere la decisione che cambierà il corso della sua vita: seguire il grande poeta latino attraverso i tre regni ultraterreni, al fine di salvare la propria anima dalla dannazione eterna.

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Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore

foto blog

Il lettore, giunto a questo punto della narrazione, potrà immaginare il volto del Sommo Poeta atteggiato a meraviglia, davanti alla figura che gli si è mostrata sfocata nel mezzo della discesa, mentre la lupa lo sta incalzando man mano verso la ‘selva oscura’. Siamo tornati nel primo canto dell’Inferno, parte centrale.

Avevamo lasciato Dante nel momento in cui la fiera gli aveva sbarrato la strada – stavolta definitivamente – a differenza di quanto era accaduto in precedenza con la lonza e con il leone. In quel caso, il Nostro se l’era cavata senza subire grossi danni, riuscendo in qualche modo a evitare l’insidia.

Ma ora è diverso. Dietro la lupa, il dilettoso monte si staglia sullo sfondo in tutta la propria bellezza. E un brivido percorre Dante per tutta la persona, perché ha contezza che, in assenza di una forza superiore, la sua anima può dirsi ormai perduta. Fin quando…

Allora sei tu quel Virgilio da cui promana una così vasta tensione al sapere?”, risponde al grande poeta latino, che, attraverso un’elaborata perifrasi, gli ha appena fatto intendere chi fosse.

O gloria e guida di tutti i poeti”, prosegue Dante nel suo panegirico, “mi valga nei tuoi confronti l’assidua applicazione e l’intensa passione che mi hanno fatto studiare la tua opera. Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, il solo da cui io ho appreso gli artifici dello stile poetico che mi ha reso noto. Guarda la fiera a causa della quale io vorrei tornare indietro: difendimi da lei, celebre sapiente, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.

E, sempre il lettore, potrà immaginare le lacrime fluire dagli occhi del poeta. Dispiaciuto, non vi è dubbio, per la sua sofferenza.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi

 

ignavi

L’attenzione torna su Dante. Questi ha appena ascoltato dalla voce stentorea di Virgilio la descrizione delle anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo. I quali, oltre ad essere dimenticati da tutto il genere umano, per il fatto di aver condotto una vita terrena del tutto insignificante, sono disprezzati da Dio, che li ha relegati a dimorare per l’eternità nel vestibolo infernale. Dove noi li incontriamo nella parte iniziale del terzo canto dell’Inferno, mentre persiste nell’aria immota un frastuono di grida e di voci concitate.

E io, che riguardai, vidi una insegna…”, racconta il poeta, dopo che Virgilio gli ha detto – a conclusione del suo discorso – che non vuole parlare più di essi, e gli ha intimato di guardare e di tirare dritto.

E lui, obbediente come uno scolaretto, girando di poco gli occhi, vede una bandiera che si muove tanto velocemente nel suo moto rotatorio, che non gli appare mai ferma.

“E la seguiva una fila talmente lunga di anime, che non avrei mai pensato che fossero morte tante persone. Incontanente intesi e certo fui che questa fosse la folta schiera degli ignavi”, prosegue Dante nella narrazione.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano nudi e punti continuamente da insetti che abbondavano lì. Quelli striavano loro la faccia di sangue, che, mescolato con le lacrime, era divorato a terra da vermi ripugnanti”, conclude.

Non fa in tempo a distogliere gli occhi da questo spettacolo osceno, che egli scorge non lontano, precisamente sulla spiaggia sassosa di un ampio corso d’acqua, che scorre sinuoso in una landa desolata, un gran numero di anime.

E, indugiando con lo sguardo su di loro, si rivolge al maestro chiedendogli con voce concitata chi siano, e quale norma le fa apparire così ansiose di attraversare. Ma tutto questo fa parte già di un altro scenario.