Lucia, nimica di ciascun crudele

Lucia, nimica di ciascun

Dal momento che Virgilio ha desiderato conoscere tanto addentro la causa per la quale Beatrice non si era astenuta dal discendere laggiù all’Inferno dall’Empireo, costei gli avrebbe detto in breve perché non ha temuto di scendere all’Inferno, perché “si devono temere solamente quelle cose che hanno la possibilità di danneggiare l’uomo; le altre no, perché non fanno paura. Sono creata da Dio, per Sua grazia, tale, che l’infelicità dei dannati non mi fa male, né l’Inferno mi può prendere in possesso”.

Fatta questa doverosa premessa, ha precisato a Virgilio che nell’Empireo vi era una donna nobile che si doleva per quell’ostacolo verso cui la stessa Beatrice lo aveva inviato, “sicché lassù infrange il severo decreto di Dio”.

2^ canto dell’Inferno. Oltre il centro di esso. Dove Beatrice prosegue in tal modo: “ ‘Questa chiamò santa Lucia e disse: – Adesso il tuo amico ha bisogno di te, e io lo affido alle tue cure -. Santa Lucia, avversa a ogni crudeltà, si avviò, e venne nel luogo dov’ero, in cui sedevo con l’antica Rachele.

‘Disse: – Beatrice, sincera lodatrice di Dio, perché non aiuti quegli che fu tanto innamorato di te, che per te si sollevò dalla moltitudine del volgo? Non ti muove a pietà la sua angoscia, tu non vedi il peccato che lo sovrasta su cui il mare non riesce vittorioso?-. 

‘Sulla Terra non vi furono mai alcuni più pronti a cercare il loro giovamento o a evitare la loro rovina, come me, dopo che fu fatto un tale discorso, nello scendere all’Inferno dall’Empireo, riponendo la mia fiducia nella tua nobile parola poetica, che conferisce onore a te e a quelli che l’hanno compresa bene’ “.

Qui Beatrice tace definitivamente, per la qual cosa sarà Virgilio a riprendere in mano il filo del discorso, ricordando che le parole di lei sono inserite nel racconto che lui sta facendo al poeta per giustificare la sua venuta.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore

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Chi è giunto a questo punto della narrazione, potrà immaginare il volto di Dante  atteggiato a meraviglia, davanti alla figura che gli si è mostrata sfocata nel mezzo della discesa, mentre la lupa lo sta incalzando gradualmente verso la selva oscura. Siamo nel 1^ canto dell’Inferno, parte centrale.

Avevamo lasciato Dante nel momento in cui la fiera gli aveva sbarrato la strada – stavolta definitivamente – a differenza di quanto era accaduto in precedenza con la lonza e con il leone. In quel caso, il poeta se l’era cavata senza subire grossi danni, riuscendo in qualche modo a evitare l’insidia.

Ma ora è diverso. Dietro la lupa, il dilettoso monte si staglia sullo sfondo in tutta la propria bellezza. E un brivido percorre Dante per tutta la persona, perché ha contezza che, in assenza di una forza superiore, la sua anima sarà perduta. Ma non è detta ancora l’ultima parola!

“Ora sei tu quel Virgilio e quella sorgente da cui promana una poesia così abbondante?”, risponde, infatti, al grande poeta latino, che attraverso un’elaborata perifrasi gli ha appena fatto intendere chi fosse.

O gloria e guida di tutti i poeti”, prosegue Dante nel suo panegirico, “mi valga nei tuoi confronti l’assidua applicazione e l’intensa passione che mi hanno fatto studiare le tue opere. Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, tu se’ solo colui da cu’ io tolsi l’artificio stilistico che mi ha dato una degna fama. Vedi la fiera a causa della quale io sono tornato indietro: difendimi da lei, celebre sapiente, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”. E Virgilio? La sua risposta non si farà attendere.

Quando noi fermerem li nostri passi

 

ignavi

3^ canto dell’Inferno

E io, che rivolsi nuovamente lo sguardo, vidi una bandiera che andando in tondo si muoveva tanto rapida, che non mi poteva mai apparire ferma; e la seguiva una fila così lunga di anime, che non avrei pensato che la morte ne avesse distrutte tante. Dopo che io ne ebbi riconosciuto qualcuno, vidi e riconobbi l’ombra di colui che rinunciò a una carica importante a causa della codardia.

Immediatamente compresi e fui sicuro che questa era la schiera degli ignavi, sgraditi a Dio e ai diavoli. Questi esseri ignobili, che non vissero mai del tutto, erano nudi e punti continuamente dai mosconi e dalle vespe che erano lì. Gli insetti striavano loro il viso di sangue, che, fuso con le lacrime, era messo insieme ai loro piedi da vermi ripugnanti.

E dopo che mi dedicai con zelo a guardare più avanti, vidi anime presso la riva di un grande fiume; e perciò io: “Maestro, ora consentimi che apprenda chi sono, e quale usanza le fa apparire così ansiose di andare da una parte all’altra, come vedo con difficoltà attraverso la debole luce”.

Ed egli a me: “Le cose ti saranno note quando noi arresteremo i nostri passi sulla dolorosa riva dell’Acheronte”.

E così con gli occhi volti a terra per vergogna, temendo che le mie parole gli fossero importune al maestro, mi astenni dal parlare fino al fiume. Ed ecco venire verso di noi con una barca un vecchio, canuto con capelli e barba da lunga data, gridando: “Peggio per voi, anime malvagie! Non sperate più di rivolgere lo sguardo al cielo: vengo per condurvi all’altra riva nelle tenebre eterne, tra i tormenti infernali. E tu che sei là, anima unita al corpo, allontananti da questi che sono morti”.  Ma dopo che vide che io non mi allontanavo, disse: “Attraverso un’altra strada, attraverso altri porti giungerai a riva, non qui, per varcare il mare: ti dovrà trasportare una barca più leggera”.

E Virgilio a lui: “Caronte, non ti stizzire: si è deciso così in Paradiso, e non chiedere altro”.