Quivi sospiri, pianti e alti guai

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Varcata “la soglia che non è preclusa a nessun peccatore”, vale a dire quella dell’Inferno, ai due poeti – Virgilio davanti e sicuro di sé e Dante a seguire con il passo malfermo – appare in tutta la sua vastità il pianoro privo di luce del vestibolo infernale.

Ora, lettore, fai uno sforzo di fantasia e sii sincero con te stesso. Non ti sembra di udire, perso nella lettura di questa parte iniziale del 3^ canto dell’Inferno, una terrificante cacofonia di suoi?

Infatti, “Lì gemiti, pianti e acuti lamenti risuonavano attraverso l’atmosfera infernale, per cui io ne piansi al sentirli la prima volta”, scrive il poeta.

E prosegue: “Linguaggi strani, modi di parlare spaventosi, parole dolenti, toni di voce rabbiosi, lamenti sonori  e affievoliti, e rumori di mani battute le une contro le altre producevano un clamore, il quale si muove a vortice sempre in quell’aria oscura in cui non trascorre il tempo, come la sabbia tutte le volte che soffia il vento”.

E qui Dante, già turbato abbastanza tanto da confessare, riguardo alla sua prima impressione, di avere addirittura pianto – come detto sopra – si rivolge al suo mentore chiedendogli in tono accorato: “Maestro, che cos’è ciò che sento? e quali dannati sono che sembrano così sopraffatti dal dolore?”.

Questa è la prima di una lunghissima serie di altre domande che Dante rivolgerà a Virgilio. Alla quale lui risponderà immediatamente.

2 pensieri su “Quivi sospiri, pianti e alti guai

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