Quivi sospiri, pianti e alti guai

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Varcata quella soglia che non è preclusa a nessun peccatore, la secreta porta della quale sanza serrame ancor si trova, ai due pellegrini – Virgilio davanti e sicuro di sé e Dante a seguire con il passo malfermo – appare in tutta la sua vastità il pianoro privo di luce del vestibolo infernale.

Ora, lettore, fai uno sforzo di fantasia e sii sincero con te stesso. Non ti sembra di udire, perso nella lettura di questa parte iniziale del terzo canto dell’Inferno, una terrificante cacofonia di suoni?

Infatti, “Quivi sospiri, pianti e alti guai, risonavan per l’aere sanza stelle”, scrive il poeta con non poca apprensione.

E prosegue: “Linguaggi disumani, modi di parlare spaventosi, discorsi sofferti, toni di voce rabbiosi, voci tonanti e affievolite, e rumori di mani battute le une contro le altre, producevano un frastuono, il quale vortica in quell’ambiente perennemente buio, come la sabbia ogni volta che soffia un vento impetuoso”.

E qui Dante, già turbato abbastanza tanto da confessare, riguardo alla sua prima impressione, di avere addirittura pianto, si rivolge al suo mentore chiedendogli in tono accorato: “Maestro, che è quel ch’i’odo? e che gent’è che par nel duol sì vinta?

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I’ son Beatrice che ti faccio andare

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Il poeta crede ormai di essersi affrancato dalle sue ubbie, dopo che – avendo aderito con frettolosa baldanza all’invito di Virgilio – si è poi lamentato riguardo alle difficoltà del viaggio. Infatti, nella convinzione di essere uscito indenne dalla ’mpresa che il maestro gli ha prospettato, peraltro nel suo esclusivo interesse, si prepara alla replica di questi. Siamo nella prima parte del secondo canto dell’Inferno.

E Virgilio, indugiando con lo sguardo su Dante, gli risponde pacatamente: “S’i’ ho ben la parola tua intesa, a infiacchirti è la viltà; la quale molte volte ostacola gli uomini tanto che li distoglie da qualche rispettabile impresa, come si adombra un animale tutte le volte che gli sembra di vedere ciò che in realtà non esiste.

Da questa tema acciò che tu ti solve, ti dirò perché io sono venuto e quel che intesi nel primo momento in cui mi addolorai per te. Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi. I suoi occhi brillavano più delle stelle; e cominciò a dirmi con affabile pacatezza, con voce celestiale, nel suo eloquio:

O anima cortese mantovana, la cui gloriosa celebrità dura tuttora sulla Terra, e durerà lungamente quanto essa, il mio amico vero, e non della ventura, è così ostacolato su per un vuoto pendio nel suo cammino, che torna indietro impaurito; e tempo che sia ormai così turbato, che io sia accorsa in ritardo a soccorrerlo, dopo quel che ho sentito dire in Paradiso sul suo conto. Or movi, e con la tua eloquenza e con ciò di cui hai bisogno, aiutalo tanto che io ne sia confortata. I’ son Beatrice che ti faccio andare; provengo dall’Empireo; è stata la misericordia divina a ispirarmi, la stessa che mi spinge a parlare’ ”.

E dopo che Dante avrà sentito per bocca di Virgilio il lungo panegirico motivazionale di Beatrice, secondo cui ella è scesa fino al Limbo dall’Empireo ad invocare l’aiuto dell’anima cortese mantovana per salvare il suo vero amico dalla dannazione eterna, si farà convincere a seguirlo.

Una lonza leggiera e presta molto

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Tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”. Siamo alle prime battute del primo canto dell’Inferno, e il Sommo Poeta si lascia andare a una terribile constatazione. Egli vaga in una selva oscura, fino a che intravede di lontano, tra le brume di una tenue foschia, la sagoma di una collina… Ma facciamo proseguire lui: “Dopo che fui arrivato alle falde di un colle, nel punto in cui finiva quella selva che mi aveva trafitto il cuore di paura, rivolsi lo sguardo in alto, e scorsi i suoi declivi illuminati dai raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogni calle. In quel momento  fu sopita un po’ la paura che mi era scesa nei recessi del cuore durante la notte che trascorsi con tanta angoscia”.

Paragonandosi a un naufrago che con il respiro affannoso uscito dal mare e approdato alla spiaggia si rivolge all’acqua insidiosa e resta a fissarla, Dante si volge spesso indietro a contemplare la selva; e, dopo un breve riposo, riprende il cammino su per un pendio solitario.

Ed ecco, quasi all’inizio del declivio”, continua il poeta, “una lonza leggiera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non si allontanava dal mio cospetto, per di più impediva tanto il mio camminare, che mi trovai spesso sul punto d’indietreggiare. Era l’alba, e il sole in Ariete risaliva il cielo con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse di prima quelle cose belle; sicché …”

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

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Altro che la selva oscura – tra le cui fronde s’insinua di tanto in tanto il chiarore seppur spettrale della luna – attraversata nella notte che passai con tanta pièta, messa a confronto con quanto Dante si vede davanti agli occhi, nel momento in cui egli ha deciso finalmente, dopo non poche perplessità fugate da Virgilio, d’intraprendere il cammino alto e silvestro.

Ora lo vediamo accanto al maestro davanti a un grande portale, racchiuso in una stretta depressione di una parete rocciosa, i cui battenti appena accostati cigolano in modo alquanto sinistro. Sulla parte superiore di questo portale, un’iscrizione dal significato tremendo recita:

Per me si va nella città dolente,

per me si va nell’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.

Io vidi scritto questo discorso minaccioso sulla parte superiore di una porta; e per questo io: “Maestro, il senso lor m’è duro”, dice Dante, pervaso dall’ansia, nella parte iniziale del terzo canto dell’Inferno.

E il maestro, severamente: “A questo punto occorre abbandonare ogni timore; in tal caso si deve annullare ogni esitazione. Noi siam venuti nel loco ov’io t’ho detto”.

Poi, con un accenno di sorriso, lo invita ad attraversare – ma rigorosamente dopo di lui – la soglia dell’Inferno, varcata la quale si staglia, davanti ai due poeti, un oscuro pianoro. Ma Virgilio, intuendo dal passo incerto di Dante che questi è atterrito, pone subito la sua mano su quella di lui con lieto volto, per cui l’allievo ne riceve un pur momentaneo conforto.

O tu che leggi, sei appena entrato nel luogo in cui vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben dell’intelletto, e propriamente nel suo vestibolo.