Io non Enea, io non Paulo sono

lo giorno se n'andava

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno toglieva li animai che sono in terra dalle fatiche loro; e io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì della pietate, che ritrarrà la mente che non erra”. Esordio con vista serale nel secondo canto dell’Inferno.

Lo sguardo va sui due poeti addossati a un tronco d’olivo, che si stacca interamente contorto dal ciglio di un viottolo di campagna che accenna appena a salire. Dietro a loro, in lontananza, s’intravede tra le prime brume notturne quel dilettoso monte che Dante non ha potuto raggiungere, a causa della lupa che gli sbarrato la strada.

Poeta che mi guidi”, attacca questi tutto di un fiato, “valuta la mia capacità se essa è idonea, prima che tu mi faccia sostenere l’ardua prova. Tu affermi che Enea, corruttibile ancora, discese agli Inferi. Perciò, se Dio fu generoso con lui, riflettendo sullo straordinario risultato conseguito dalla sua azione e quale fosse nella sua sostanza e nella sua condizione questo risultato, non pare indegno ad omo d’intelletto; poiché egli fu prescelto nell’Empireo come progenitore dell’eccelsa Roma e del suo Impero: la quale e il quale, a voler dire la verità, furono designati per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero”.

Con questo viaggio per cui tu lo esalti”, continua il poeta, mentre il maestro continua a fissarlo perplesso, immaginando già le conclusioni dell’allievo, “apprese cose che causarono la sua vittoria fino all’avvento del papale ammanto. Vi si recò poi san Paolo, per trarne lo stimolo giusto a ricevere in sé e poi a diffondere la fede cristiana. Ma io, perché dovrei seguirti? o chi lo consente? Io non Enea, io non Paulo sono: che io sia meritevole di ciò né io né altri lo crede. Per la qual cosa, se io mi lascio convincere a seguirti, temo che venire sia un azzardo: se’ savio; comprendi meglio di me”, conclude speranzoso Dante, “quel che non riesco a esprimere”.

Detto ciò, si prepara a quella immancabile risposta, da parte del maestro, che sa arriverà di lì a poco.

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Mi ritrovai per una selva oscura

per una selva oscura

“Poco prima della mezza età m’imbattei nel folto di una selva in modo che la via maestra fu smarrita”. Fuori di metafora, da quando era scomparsa Beatrice, il Divino Poeta era diventato proprio un gran peccatore! Quale altra ammissione di colpa è stata così anticipatrice di futuri sviluppi nella storia di tutte le letterature?

Confessione che, nella parte iniziale del primo canto dell’Inferno, si conclude così: “Ah quanto è arduo descrivere come fosse malagevole e di una dolorosa asprezza questa selva che solo a ripensarvi si rinnova la paura! È tanto angosciosa che solo la dannazione eterna lo è un po’ di più; ma per parlare del bene che io vi trovai, racconterò delle altre cose che vi ho viste”.

Appunto, la ragione. Ci penserà Virgilio, allegoria della stessa nel poema, a risolvere l’impasse. Ci sembra di vederlo, Virgilio, adornato da un lucore verdino, mentre si piega con premura sopra Dante disteso in terra, reduce dalla ennesima sbornia (o forse sarà stato aggredito da qualche ladruncolo?), proprio quando egli sta riaprendo gli occhi.

‘Nel momento in cui vidi costui nella desolazione di quella terra’, prosegue il poeta, ‘lo implorai: Miserere di me, qual che tu sii, od ombra od omo certo!

Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantovani per patria ambedui”, prontamente gli risponde Virgilio, che continua in tono bonario: Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto nel tempo delli dei falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise che venne di Troia, poi che ’l superbo Iliòn fu combusto. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?

Udendo ciò, Dante si alza seppur con fatica e…

Caron dimonio, con occhi di bragia

immagine caronte

Caronte, mitico traghettatore di anime nel regno delle tenebre, figlio della Notte e di Erebo, è fatto assurgere da Dante a protagonista assoluto del terzo canto dell’Inferno. Questi, canuto di barba e con i capelli che gli ricadono sulle spalle, attraversa l’Acheronte spingendo un barcone per mezzo di una lunga asta.

Immaginate Virgilio e Dante fermi sulla riva fluviale.

Guai a voi, anime prave!”, grida rabbiosamente Caronte all’indirizzo dei due pellegrini stretti l’un l’altro. “Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva nelle tenebre etterne, in caldo e ’n gelo”, prosegue in tono minaccioso.

Poi, rivolto a Dante, di cui si avvede che non si tratta di un dannato, ma di una persona in carne e ossa: “E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti”, duramente.

Per concludere, vedendo che il poeta non ci pensa per nulla ad allontanarsi, che sarà per un’altra strada, non quella che ha intrapreso, che questi perverrà a una spiaggia, dopo che avrà varcato il mare su di una barca più leggera.

Allora Virgilio, anticipando la probabile replica dell’allievo, rivolge a Caronte una delle frasi più famose di tutta la Commedia: “Caròn, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”, fissandolo intensamente in quegli occhi di bragia.

Udendo ciò, il demone si affloscia su sé stesso, pur mantenendo su Virgilio il suo sguardo di fuoco, a causa della rabbia che, suo malgrado, deve reprimere. E qui avviene un repentino cambio di scena.