Guarda la mia virtù s’ell’è possente

lo giorno se n'andava

“Il tempo passava, e l’aria buia liberava uomini e bestie dalle loro tribolazioni; e io da solo mi preparavo ad affrontare il travaglio così del viaggiare e così dell’angoscia, che riferirà la memoria infallibile.

“O Muse, o elevato talento poetico, ora soccorretemi; o memoria che conservasti ciò che io vidi, in tal caso si dimostrerà il tuo valore”.

2^ canto dell’Inferno. Esordio. Dove Dante, invocate le Muse, nonché il suo elevato talento poetico e la sua memoria di soccorrerlo – non si dimentichi che nella parte conclusiva del 1^ canto egli ha chiesto a Virgilio di condurlo ” là dove hai detto testé, sicché io veda la parta di san Pietro e i dannati” – si rivolge a questi in tal modo: “Poeta che mi guidi, guarda se la mia virtù è capace, prima che tu mi affidi al difficile passaggio.

“Tu dici che Enea, ancora vivo, si recò all’Inferno, e fu con il corpo. Perciò, se Dio fu generoso con lui, riflettendo sullo straordinario risultato che doveva generarsi da lui, e quale fosse nella sua essenza e nella sua condizione non sembra disdicevole a chi è dotato d’intelletto; poiché egli fu prescelto nell’Empireo come progenitore della nobile Roma e del suo Impero: la quale e il quale, a voler dire la verità, furono designati come sede del pontificato”.

E non si fermerà qui.

Mi ritrovai per una selva oscura

per una selva oscura

“A trentacinque anni m’imbattei nel folto di una selva, perché avevo smarrito la retta via”.

Al di là della metafora, da quando era scomparsa Beatrice, Dante era diventato proprio un gran peccatore! Quale altra ammissione di colpa è stata così anticipatrice di futuri sviluppi nella storia di tutte le letterature?

Confessione che, nella parte iniziale del 1^ canto dell’Inferno, si conclude così: “Ahi quanto a descrivere com’era disabitata e malagevole e tormentosa questa selva è una cosa ardua che si ripropone la paura solo a ripensarvi! È tanto dolorosa che poco più lo è la dannazione; ma per parlare del bene che vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte”.

Ci penserà Virgilio, allegoria della Ragione nel poema, a risolvere l’impasse. Ci sembra di vederlo, Virgilio, adornato da un lucore verdino, mentre appare davanti agli occhi del poeta, che sta precipitando verso la selva incalzato dalla lupa. “Quando vidi costui nella desolazione di quella terra”, egli prosegue, “lo implorai: Miserere di me, qual che tu sii, od ombra od omo certo!’ ”.

“Non sono un uomo, un uomo già lo fui, e miei genitori furono dell’Italia settentrionale, ambedue mantovani quanto alla città di origine”, prontamente gli risponde Virgilio.Che continua in tono bonario: “Venni al mondo ai tempi di Cesare, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. Fui poeta, ed esaltai le gesta di quel giusto Enea che venne da Troia, dopo che   la superba Ilio fu data alle fiamme. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?”.

Per me si va tra la perduta gente

immagine caronte

3^ canto dell’Inferno.

‘Attraverso me si va nell’Inferno, attraverso me si va nella sofferenza eterna, attraverso me si va tra le anime dannate. La giustizia ispirò Dio; mi creò Dio uno e trino. Prima di me non furono create cose se non eterne, e io resisto in eterno. Abbandonate ogni speranza, voi che entrate’.

Io vidi scritte queste parole di colore scuro sulla parte superiore di una porta; e perciò io: “Maestro, il loro significato mi è doloroso”.

Ed egli a me, come una persona che si è accorta dello stato d’animo del suo interlocutore: “A questo punto bisogna abbandonare ogni timore; in tal caso deve essere distrutta ogni codardia. Noi siamo giunti nell’Inferno in cui vedrai le anime dannate che sono private di Dio”.